Io non sono il padrone di questo paese, che appartiene a Dio, e solo mi è concesso di governarlo: tutta la gente buona è quindi libera di entrarvi. Ho avuti molti altri bianchi, ma ho dovuto persuadermi che fanno molte promesse e mantengono poco, per finire poi ad immischiarsi negli affari religiosi, ciò che io non tollero, perchè stimo buona la religione del mio popolo e non voglio che la cambii. Ma questi sono italiani come te, e
tu sei tanto bravo e onesto che i tuoi compatrioti devono esserlo pure loro. Siate dunque i benvenuti.»
Nella sua semplicità questa lettera non poteva essere più cordiale, e lusinghiera per noi. Il povero Naretti ne era commosso e le lagrime gli spuntavano dalla consolazione: era un vero trionfo per lui, e può seriamente gloriarsene e compiacersene. Noi ne fummo felici e per Naretti, e per l'avvenire nostro e pel decoro del nome italiano. Per quanto bene dica, non riescirò mai a dare una idea della lealtà del carattere, dell'abnegazione a nostro riguardo e della stima che seppe accappararsi in paese il bravo nostro Giacomo Naretti, e in nessun modo potrò esternargli la mia riconoscenza per quanto ha fatto per me e per la spedizione tutta. E questa riconoscenza sento che vorrei pure esternarla al bravo suo fratello Giuseppe che ora venne a stabilirsi in Abissinia, e alla signora Teresa moglie a Giacomo, che ci fu pure compagna di viaggio, sempre così cortese con noi, e che tanto mi fu utile per cento e cento informazioni. Figlia ad una abissinese e ad un europeo, prese dalla madre una leggera tinta delle donne del paese e dal padre i germi di civiltà che in terreno così vergine trovarono campo propizio allo svilupparsi con tutto il rigoglio di una vegetazione tropicale. Ella è colta, è gentile, parla quattro lingue del paese e due europee, ha il coraggio di tentare tutto e in tutto riesce, è una vera perla pel bravo Naretti. E tutto questo seppe diventare per esuberanza di talento e per forza di volontà, senza aver mai messo piede fuori dal suolo abissino, su cui nacque.
Martedì 25. Partiti alle sette e mezzo, dopo un'ora passiamo il villaggio di Adi-hualala, meschino come gli altri tutti. Qualche lieve altura, poi avanziamo al centro di un altipiano in cui va sempre più diminuendo il carattere di sterilità, e vi si vedono sparsi grossi ficus dealbata.
Dietro noi si svolge un estesissimo panorama di tutto il
paese che abbiamo attraversato. Giunti ad un certo punto ci troviamo quasi per sorpresa al limitare di un precipizio: siamo sull'estremo spigolo dell'altipiano, che finisce con una vasta parete semicircolare e quasi verticale di colonne basaltiche: ai due lati le due braccia si protendono per finire pure a scaglioni perpendicolari e rinserrare una specie di anfiteatro che sta sotto i nostri piedi: al fondo vediamo del verde, dei gruppi di grossi alberi, all'orizzonte si svolge un vastissimo panorama che finisce colle vette acuminate dei monti di Adua e di Axum. Per un malagevole sentiero discendiamo a piedi fra i crepacci e i gradini dei prismi basaltici: passato questo periodo prettamente roccioso, andiamo ancora qualche poco discendendo su terreno misto vegetale e roccioso, in cui ben poco alligna tranne qualche acacia, finchè ci troviamo perfettamente al fondo del ciclopico anfiteatro.
La vegetazione vi è abbondante: incontriamo ossa umane e teschi in quantità, e questo ne indica che ci avviciniamo al campo di battaglia di Guda-Guddi, dove or fanno tre anni fu completamente distrutto il corpo egiziano comandato da Ratif-bey, che tentò invadere l'Abissinia con poco più di quattro mila uomini. Percorsa presso a poco la stessa nostra strada, lasciò una retroguardia di cinquecento uomini, portò il grosso delle truppe nel punto ove oggi mettiamo le tende e lo accampò fra immensi blocchi di granito formandosi quasi una trincea di questi e di tronchi spinosi, e spedì in avanti un piccolo corpo a ricognizione. Giunto questo nelle vicinanze del Mareb, incontrò le prime truppe degli Abissinesi che forti di circa 20,000 uomini si erano mossi contro l'esercito invasore.
Ebbe luogo una scaramuccia che fece poche vittime perchè gli Egiziani si ritirarono sopraffatti dal numero e obbligati di portare al quartiere generale la notizia della vicinanza del nemico. Dal canto suo questi ubbidì pure a sì elementare principio
di tattica, e tutto l'esercito guidato da re Giovanni mosse a marcia forzata verso Guda-Guddi.