Originali sono degli ombrelli di paglia intrecciata, piatti, di circa 60 centimetri di diametro, portati da un bastone infitto al centro, dei quali usano, con tutta serietà, i più rispettabili capi di famiglia e spesso i preti per difendersi dal sole.

Domenica 23. Di buon mattino si comincia a veder arrivare qualche bue, ma i loro padroni accampano nuove pretese, dicendo le casse più pesanti di quanto credevano, volendo essere pagati anticipatamente, e così gridano, strillano, questionano, che davvero sarà benedetta la mano che userà lo staffile o meglio un po' di corda con questa gente senza buona fede, inerte, indolente, cattiva. Finalmente si riesce a caricare, ma siamo alla solita storia dei buoi cattivi, e persino il buon Naretti perde la pazienza quando vede andar a rotoli due delle sue casse e farsi una vera insalata delle sue biancherie coi vasi di legumi e conserve che aveva custodite con ogni riguardo, facendosi una festa di assaporarle forse fra qualche anno. Montiamo noi pure a mulo, ma il Tagliabue, indisposto da un paio di giorni, è impotente a reggervisi, la testa gli gira, la vista gli si confonde, grida che è cieco, che cade, l'occhio ha vitreo, il viso si fa verde, bisogna prenderlo giù di sella e sdraiarlo per terra. Dopo

qualche riposo si tenta e ritenta la prova, ma sempre di male in peggio. Cerchiamo in paese un angareb per trasportarlo, non se ne trova; si fanno patti allora con otto uomini che costruiscano una lettiga e pensino a portarlo. Molto male, ma la lettiga si fa; ma questi mascalzoni pretendono essere pagati prima di partire. Le casse coi talleri sono già avanti, quindi lo facciamo dire promettendo pagare la sera: non accettano e noi ordiniamo ai nostri servi di prendere la lettiga, ma questi vigliacchi alzano i bastoni sui nostri servi. Fortunatamente Naretti giunse ad appianare la questione che per poco avesse continuato finiva colle fucilate. Dovemmo però lasciare la lettiga, e il nostro malato proseguì parte a piedi, parte a mulo, sempre sorretto da alcuni servi.

Proseguiamo nell'altipiano, passiamo qualche altura e dopo un paio d'ore vediamo issate le tende: sono i servi che visto il nostro ritardo, pensando stesse male il nostro compagno, fecero alt. Non dobbiamo essere molto discosti dall'abitato, perchè v'è coltivazione, ma villaggi non si vedono. La posizione è detta Anahaiella.

Lunedì 24. Il Tagliabue non è in grado di montare la sua mula ed in un posto isolato come questo è impossibile tener ferma la carovana in attesa di un miglioramento che non si sa quanto potrà farsi aspettare. Combiniamo quindi coi pali delle tende ed una amaca, una spece di barella nella quale lo adagiamo e lo facciamo trasportare da quattro servi. È triste trovarsi in simili circostanze, e vedere un giovane pel quale si ha stima ed affezione, pieno di speranze e di attività pochi giorni prima, ridotto in tale stato, senza possibilità di prestargli quelle cure che l'amicizia suggerirebbe e il caso richiederebbe, e pensare alle tristi conseguenze dell'avvenire.

La carovana procede lenta e silenziosa, le difficoltà del terreno rendono maggiormente penoso il trasporto pei portatori

e pel povero ammalato pel quale ogni scossa è uno strazio, e per conto mio, dico il vero, non poteva guardare quella barella senza sentirmi spuntare le lagrime, e rattristare da una folla di pensieri che amareggiavano ogni ora più questa giornata.

Ci andiamo insensibilmente innalzando su un piano inclinato, alla fine del quale una forte discesa ci porta in altro altipiano. Sempre la stessa natura, poche piante e in gran parte acace, fieno altissimo: di quando in quando qualche tratto dove l'evidenza del ferro si oppone a qualunque vegetazione. Verso mezzogiorno troviamo la testa della carovana ferma in un punto detto Adicasmu, presso la prima palma che mi è dato incontrare in questo paese: esile, ma ricca al piede di numerosa famiglia, forma un gruppo elegante e pittorico che vedo con piacere come tipo di vecchia e simpatica conoscenza. La tappa fissata per oggi sarebbe più avanti, ma non vi troveremmo legna, per cui acconsentiamo a fermarci qui, colla promessa di acquistare domani il tempo perduto.

Verso le cinque arrivano tre cavalieri, che entrano nel nostro campo, scendono di sella e si presentano a Naretti. Sono latori per quest'ultimo di una lettera di re Giovanni che dovevano portargli fino a Massaua: tutti accorriamo, appena si sparse la notizia, a sentire delle nostre sorti, e la signora Naretti ci fa da interprete. La lettera presso a poco suona così:

«Mando il buon giorno a te ed ai tuoi amici.