all'ingiro si accendono enormi fuochi e attorno a questi stanno accovacciati i diversi gruppi dei nostri seguaci, poi sorgono le voci di quelli che se la passano colla solita cantilena, poi il ballo o fantasia degli indigeni. È una continua lanterna magica di quadri e costumi, cui va aggiunta l'imponenza e l'originalità che non può dare che il pennello di madre natura.
In coda alla carovana, alle due, partiamo noi pure: le colline si fanno un po' più alte, l'aspetto generale assume un po' più l'imponenza delle montagne: il carattere di sterilità va diminuendo, e di quando in quando l'occhio trova a riposarsi su qualche masso verde: i profili delle alture che si disegnano all'orizzonte sono mossi e artistici e non più tanto bassi, orizzontali o quasi geometricamente conici e altrettanto monotoni, come nei giorni scorsi. Proseguiamo di collina in collina: sulle creste delle circostanti qualche capanna conica che dà indizio di piccoli villaggi: di tempo in tempo qualche colonna di fumo infuocato si innalza nell'atmosfera: sono praterie incolte e secche che i nativi incendiano per concimare il terreno colle ceneri e disporlo a ricevere l'anno dopo qualche seme di dura. Allo svolgere da una altura che andavamo salendo sulla costa, ci si presenta come incorniciato dai profili dei pendii di due altre alture che si incontrano a valle, uno stupendo panorama delle montagne d'Adua: fiere parevano innalzare il capo nell'atmosfera, superbe di trovarsi giganti fra la miriade di colline che sotto loro formavano come un mare agitato: vette acuminate, creste frastagliate, pareti all'apparenza rocciosa e dirupata, mi richiamavano le care Alpi e la loro maestosità. Discendiamo lungamente ed aspramente per uno dei soliti sentieri dove ad ogni passo v'ha da rompersi le ginocchia contro le punte di granito sporgenti, o da cavarsi un occhio colle spine delle acace che qui crescono fitte come gramigna. Finita la gran discesa seguiamo per qualche tratto il letto di un piccolo torrente, poi una lieve altura, poi
altro torrente, e nei campi vicini troviamo sparsi gli avanzi umani che stanno a memoria della prima scaramuccia avvenuta fra Egiziani e Abissini. Attraversata ancora una campagna coltivata a dura, scendiamo nel letto del Mareb che presenta ancora tutte le tracce abbastanza recenti del passaggio dell'acqua, che ora è limitata a pochissima quantità che scorre per qualche tratto per poi sprofondarsi nelle sabbie e ricomparire più a valle. Le sponde coperte da bellissima vegetazione, piante gigantesche, specialmente acace e ficus dealbata, oltre una massa di piccole piante, cespugli, fiori, liane. Molta caccia trovammo laddove scorreva l'acqua, e la cucina ne fu subito ben fornita. Piantammo il campo alle sei a circa 1320 metri di elevazione: la posizione per sè ed un bellissimo chiaror di luna lo resero ancora più bello, più grandioso, più fantastico del solito.
Giovedì 27. Di buon'ora i buoi sono carichi, talchè anche noi alle 6-½ partiamo. Sempre si attraversano brevi altipiani rinserrati da alture che si oltrepassano per portarsi dall'uno all'altro: poche tracce di coltivazione e qualche misera capanna sono i soli indizii della vita e della attività di questo paese. Finalmente abbiamo la fortuna di attraversare un pajo di corsi d'acqua, dove poca e lenta, ma limpida, ne scorre. Alle nove troviamo la carovana fermata sotto un enorme sicomoro, che coll'ombra de' suoi giganteschi rami tutta la protegge dai raggi cocenti del sole: vi facciamo la nostra colazione; le armi appese al colossale tronco, e di noi chi sdrajato al suolo, chi seduto sulle sporgenti radici, chi appoggiato a qualcuna delle nostre casse. Era un quadro impossibile a descriversi come mi sarà impossibile dimenticarlo. Gli uomini dei buoi adducono mille ragioni, fra cui che devono cercarsi farina ad un villaggio vicino, tutte scuse per non proseguire. Meno male che quel piccolo corso d'acqua, per quanto meschino, dopo tanta siccità mi ravviva, mi rianima e vi passo vicina buona parte della giornata, cacciando
cento varietà di bellissimi uccelli, fra cui delle oche selvatiche assai grosse, e stupende per colori. Su un albero mi fecero sorpresa due grossi nidi sferici, del diametro di circa un metro, coll'apertura di forse venti centimetri, rivolta al basso.
Il forte della nostra carovana è tolto dalla più miserabile classe della popolazione della provincia dell'Amassena che è limitata appunto dal corso del Mareb, e, come passando in altre provincie, tipi e costumi possono variare, è meglio dirne ora qualcosa. Sono figure snelle, robuste, dall'occhio ardito, dalla tinta cioccolata: indolenti ma capaci e pronti a sopportare fatiche e strapazzi quando l'occasione se ne presenti: facili piuttosto alla contesa, ma che prolungano con gridi e discussioni, venendo difficilmente alle mani. Sopportano qualunque insolenza, qualunque osservazione si rivolga loro, ma guai a chi alzasse su loro una mano: sempre coperti, o meglio avvolti in un cencioso lenzuolo che gira attraverso alla cintura, e spingono su una spalla e alle volte fin sulla testa. Lo chiamano scemma: i benestanti lo portano bianco attraversato da una grossa riga scarlatta, ed allora è elegante e pittoresco quanto mai, ma il povero sopprime il rosso perchè più costoso, e lascia il bianco diventar tutt'altro colore per economizzare la lavatura, per cui perde quasi tutto il suo carattere. Marciano scalzi, rare volte con sandali: portano la lancia, se lo hanno un fucile, lo scudo in pelle da ipopotamo, spesso un rozzo spadone, quasi sempre una grossa clava che serve pei buoi: qualche anello con amuleti in pelle al braccio, alle volte qualche anello d'argento alle mani. I capelli generalmente rasi o corti, spesso le orecchie bucate e passate da un semplice filo annodato. Le abitazioni sono capanne conico-circolari costrutte con tutta la semplicità e la miseria possibili: all'interno non hanno nulla, tutto al più qualche angareb fisso al suolo, in legno, o fango e pietre: i più cuocciono il pane, che è quasi solo loro nutrimento, come già vedemmo, colla pietra calda al centro,
alcuni hanno per questo uso una piastra in ferro leggermente concava. Altri utensili domestici non hanno. Solo si costruiscono rozzi vasi in terra, in forma d'anfora, entro cui conservano burro e miele. Colle pelli di capra e montone formano sacchi entro cui conservano farina, grano, sale, acqua e tutto quanto. Riempite di paglia servono come basto per buoi, muli o somari, sono la loro valigia quando viaggiano, le loro casse per mettervi le mercanzie quando vanno al mercato; se ne coprono alle volte le spalle o le avvolgono alla cintura per tutto costume. Stendono le pelli di bue per dormirvi e difendersi dall'umido e dagli insetti, se ne riparano dalla pioggia, vi mettono al coperto le loro masserizie o la roba che trasportano per forastieri, le stendono nella sabbia facendovi un'infossatura per raccogliervi acqua o per lavarvi, le tagliano a strisce per farne cinghie che per loro sono corde, le stendono su telaj di canne per farne le porte delle loro abitazioni. Insomma non si finirebbe di enumerare gli usi cui sono destinate le pelli in questo paese, ed è sorprendente come se ne sia cavato tanto profitto.
Venerdì 28. Si prosegue fino al fondo dell'altipiano, poi prendiamo a salire lungo la costa di una catena di alture, passandone di quando in quando alcune per poi discendere nel vallone che le separa da altre e salire a queste. I passaggi principali furono a 1550 metri il primo, a 1600 il secondo, poi a 1750 e l'ultimo a 1850. Raggiunta la vetta di questo, ci si stende ai piedi un esteso bacino di piccole alture e lievi avvallamenti, il tutto coperto da boscaglie. Discendiamo qualche poco e verso le undici troviamo i primi muli fermi e accampati sotto una acacia secolare, presso il villaggio di Derataclé, a 1800 metri. La via d'oggi è delle più faticose, perchè le salite e le discese si succedono senza tregua, e spesso il sentiero corre poco meno che verticale su pietra a nudo, e sempre ingombrato da rami, radici, pietre sporgenti, che l'attraversarlo sani e salvi è quasi miracolo, e
spesso si è obbligati far deviare le mule e i buoi o levarvi il carico perchè possano passare attraverso simili ostacoli. La vegetazione è abbondante ma non grandiosa, predominando gli arbusti, le boscaglie, interrotte a quando a quando da ficus dealbata o da grosse acace che elegantemente si innalzano ad ombrello. Oltre l'ultima altura solo riappare l'ulivo selvatico, il pesco ed il fico. Abitazioni scarsissime e sempre rifugiate sulle più alte vette per non essere tormentate dai passanti e fuori d'ogni pericolo d'aggressione in tempo di guerra. Ci sono guida a sud le acuminate vette dei monti di Adua, e noi andiamo girando verso ovest e sud-ovest per raggiungerle, evitando di sorpassare direttamente i più alti colli che per la linea più breve ne separano. Al campo troviamo alcuni soldati spediti dal governatore di Adua per incontrarci e facilitarci il trasporto delle nostre casse: i condottieri dei buoi intanto, timorosi che colla forza potessero essere costretti a proseguire gratis, più che in fretta se ne tornarono indietro, lasciandoci un'altra volta nell'imbarazzo di doverne trovare dei nuovi. Arriva il capo del villaggio sulla sua mula, accompagnato da un paio di aiutanti e seguiti dai soliti ragazzotti che portano le armi. Grandi inchini e complimenti a Naretti che pare sua vecchia conoscenza; quindi una sequela di promesse, come al solito però seguite da una fila di ma e se e di considerazioni sull'annata poco ricca di raccolti. È strano il saluto fra Abissinesi che si rivedono dopo qualche tempo d'assenza: si toccano replicatamente le mani ripetendosi il buon giorno, come state, poi si stringono l'un l'altro per appoggiare labbro a labbro e darsi con tutta delicatezza una buona dose di baci. Verso sera ci arriva dal villaggio, in parte a titolo regalo d'amicizia, in parte perchè comandati dal governatore, un vaso di miele, una capra, quaranta pani.
Sabato 1º marzo. La solita questione del bagaglio ci fa perdere ancora una giornata. Adua deve essere a poche ore, ma in