questo paese non si può mai sapere nulla di preciso o di positivo, e mentre alcuni ce la dicono vicinissima, altri ci dicono che non potremmo arrivarvi in una sola tappa. Pare però dal consiglio dei più che a gran distanza non debba essere, quindi stabiliamo di mandarvi le nostre mule col più necessario del bagaglio, dando ordine ai servi di ritornare l'indomani mattina prima di giorno coi quadrupedi che devono servire al nostro ingresso. Lasceremo il bagaglio qui affidato ai soldati che penseranno a farcelo avere. Nella giornata intanto, a rompere la monotonia, arriva qualche altro capo dei villaggi vicini, col solito seguito, e spesso ci offrono del tecc, il loro vino, portato entro gigantesche corna da bue rivestite in pelle, e servito in bicchieri pure di corno.

La sera ci portano miele, una capra e cento pani.

Domenica 2. Siamo inquieti pei nostri muli che si fanno aspettare; senza questi è impossibile partire e in questi paesi siamo ormai persuasi che in fatto di ritardi bisogna aspettarsi qualunque mostruosità. Intanto arrivano piccole squadriglie di indigeni destinati al trasporto del bagaglio. Verso mezzogiorno finalmente possiamo metterci in marcia tutti quanti: la strada malagevole, la natura sempre la stessa; solo più frequente si incontra qualche tratto di terreno con tracce di coltivazione. Andiamo girando da sud-est a sud e sud-ovest per raggiungere la nostra meta dei monti rocciosi, che di quando in quando ci appaiono, se non nascostici da qualche vicina altura. Si sale e scende per sentieri impossibili, tendendo però generalmente al salire, talchè si arriva a 2150 metri circa per principiare poi la discesa lungo la costa di una catena di alture.

Quei benedetti monti pare si vadano allontanando davanti al grande desiderio di raggiungerli per vedere questa sospirata Adua, della quale ci dicono meraviglie, ma che nessuno ancora sa precisamente indicarci all'ombra di quale vetta sia piantata.

Cinque o sei si vedono elevarsi a catena che forma un anfiteatro aperto ad ovest, ed entro cui, vedemmo poi, siede la sospirata capitale. Uno, più ad ovest, sta come a sentinella avanzata degli altri, e si eleva quale piramide triangolare, superbo quasi del suo isolamento, da ricordare l'elegante e ardito profilo del Cervino; l'illusione fugge però subito che si osserva ai piedi uno sterile suolo invece di quel mare di ghiaccio tanto ricco di bellezze e di imponenza. Passiamo presso il piccolo villaggio di Adi-Abuna, artisticamente piantato sul pendio di un'altura, e qui ci vengono ad incontrare una quindicina di cavalieri che formano un gruppo alquanto pittoresco. Sono amici di Naretti, spinti dal desiderio d'essere i primi a dargli il benvenuto. Ritorna qualche euforbia e appare qualche palmizzo. Ancora una mezz'ora ed ecco le prime case di Adua. Non aspettavo certo una gran città, speravo anzi che vi fosse tutto il caratteristico di questi paesi, ma immaginavo un bel paesaggio e me lo avevano descritto ricco di corsi d'acqua e sparso di fresca verdura: invece disillusione completa. Confesso che poche volte provai una sensazione così triste, così sconfortante, e la lessi in viso condivisa dai miei compagni. Solo in parte si presenta il panorama della città che sta disposta sui pendii di diverse alture: le case basse, pochissime hanno una camera superiore, la maggior parte sono tugurii circolari col tetto conico in paglia, alcune rettangolari con piccole aperture, il tetto piatto e coperto con terra su cui cresce l'erba come in una prateria, e alle volte persino qualche arbusto. I tetti si confondono quindi col suolo, i muri sono impastati con fango, quindi sono pure all'unisono col pavimento naturale. Qualche pianta che potrebbe dar vita alla monotonia della scena, sta invece intisichita per mancanza di pioggia e coperta di polvere: quasi nessun abitante che dia animo a questo triste quadro. Dal lato da dove arriviamo, incassato in una fenditura scorre un torrente che attraversiamo a guado per entrare dall'altro lato, salendo

l'altura, nelle vie della città. Peggio che mai; il più meschino dei nostri villaggi di montagna è una Parigi al confronto: case disabitate e cadenti, tetti rovinati, carcami di ogni sorta d'animali che ingombrano ad ogni passo la via, l'eco di morte che pare risuoni ad ogni porta, un vero disastro, una seconda Pompei per lo squallore, senza il bello artistico, ma colle tracce recenti della catastrofe. Ma non precipitiamo un giudizio sotto la prima impressione, e così tutti taciturni e avviliti arriviamo alla casa di Naretti, dove abbiamo squisita accoglienza ed un pranzo fatto preparare dai suoi servi che l'aspettano, e al quale ci sentiamo di far molto onore.

Fra i tipi abissinesi, amici di Naretti, che lo circondano, lo baciano e ribaciano e ci danno così nuova testimonianza della stima e dell'affezione che questo buon piemontese ha saputo acquistarsi in questo paese, spicca un tipo europeo che fa magnifico contrasto, e ancor più che sugli altri, sul suo viso, che porta l'impronta di recenti sofferenze, s'illumina quella scintilla di gioja che svela un profondo contento. Ha un'espressione di bonarietà ad onta della capigliatura e della barba semi-selvagge: piuttosto tozzo nelle proporzioni, veste abiti neri rappezzati o cuciti con filo di ben altro colore, dei bottoni non restano che le tracce e ne fanno le veci delle cordine e degli stecchetti: le orecchie gli sopportano un cappello, dal quale in diversi punti escono a prender aria ciocche di peli biancastri. Alla presentazione ci stringe la mano con tutta effusione, non raccapezzandosi di trovarsi con tanta gente fatta e educata come lui. È il signor Barallon, un bravo artigiano francese che da cinque anni vive in Adua facendo l'armaiuolo. Il primo discorso che ci tiene è il racconto di una puntata di spada che or fa un anno un miserabile quasi pazzo gli diede a tradimento passandolo dal dorso al petto. Era solo europeo allora in paese, e le prime cure le ebbe da un abissino, che vedendo l'apertura fatta dalla lama non trovò nulla di più

logico che di chiuderla ben bene con una specie di tappo. La provvidenza venne però in suo aiuto, non mancarono i consigli di cento altri Dulcamara, unti, erbe, radici gli furono applicati e dopo lunghe ed atroci sofferenze finì col rimettersi.

Venuto in Abissinia dove sperava trovar tesori, non scoprì questi, ma molto ricercato per l'arte sua ottenne permesso di stabilirvisi e il lavoro non gli faceva certo difetto. Il re lo prese pure a proteggere e lo onorò di sue commissioni, ma avendogli una volta dato un fucile a riparare, fatte le necessarie operazioni, Barallon si presentò alla Corte a riportare l'arma.

Se l'hai bene aggiustata, disse il re, caricala e spara in mia presenza. Ciò fu subito eseguito, ma disgrazia volle che proprio a questo colpo una canna scoppiasse. Il re vide un tradimento preparato e mal riuscito e voleva ipso facto toglier la vita al povero armaiuolo. Calmato però e ridotto a miglior consiglio dal Naretti presente all'avvenimento e da qualche altro de' suoi aiutanti, perdonò l'accaduto, ma cessò la sua protezione al disgraziato francese, che deve certamente aver passato un cattivo quarto d'ora.