Le guerre continue che tolgono le migliori braccia all'agricultura, la scarsità delle piogge di due anni or sono che tolsero buona parte dei raccolti, produssero in questa miserabile provincia

una carestia terribile che, unita ai miasmi prodotti dalle migliaia dei cadaveri degli Egiziani lasciati insepolti, ebbe per conseguenza un tifo che fece vere stragi, e si calcola a più di due terzi della popolazione di Adua perita; e girando le strade se ne vede ovunque l'impronta.

Quasi nessuno si incontra, la maggior parte delle case sono deserte, in esse si scorge la sciagura, la morte. Vedi il vero abbandono di un'abitazione ove tutti perirono; i pochi vasi che sono tutta la loro suppellettile, sparsi nei cortili; i tetti spesso rovesciati, chè dopo le piogge, quest'anno straordinariamente abbondanti, nessuno rimase od ebbe forza ed agio a ripararli. I buoi morti pure di fame o di malattia popolano cortili e strade coi loro scheletri, avanzi delle jene; i pochi abitanti che si incontrano o si presentano curiosi alla porta, al nostro passaggio, quasi tutti sparuti e macilenti.

Il luogo non è certo dei più simpatici e divertenti, ma ci dovremo pur troppo restare forse qualche settimana per aspettare la risposta di un secondo corriere che Naretti consiglia di spedire al Re per domandargli un'udienza. S. M. si trova ai confini dello Scioa a riscuotere i tributi di quel sovrano, diventato ora suo vassallo, e questo ci fa temere che l'aspettativa sarà assai più lunga di quanto si osa sperare; ma ci vuol pazienza, ed è forza dunque esercitarla tutta quanta. Valga almeno questo riposo a ridare la salute al nostro Tagliabue che si trascinò fino in Adua con mille cure, che fa ogni sforzo per reggersi, ma che si vede seriamente ammalato.

Un paio di giorni dopo l'arrivo si dovette andare a far visita ai governatore.

Partimmo la mattina colle nostre mule, accompagnati da una massa di servì e di pretesi soldati, tanto per dare maggior importanza alla cosa. La pittoresca cavalcata si dirige ad ovest passando per una sequela di alture sterili, bruciate e poco meno

che disabitate; troviamo sul sentiero lo scheletro quasi intiero di un miserabile che vi perì forse di fame e di stenti; gli restava ancora accanto un avanzo di cencio che altre volte lo copriva; e si dice ed è fanatico cristiano un popolo che non si cura di dar sepoltura ad un disgraziato fratello?... Dopo circa un'ora e mezzo ci si presenta una collina che si innalza come cono isolato, la cui vetta è coronata da belle macchiette bianche e rosse. Come inforcassimo delle capre ci accingiamo alla salita; a sud-est si spiega la catena dei monti di Adua, il solo panorama di natura che ne ravviva un pochino. Al vertice del cono formicolano soldati e ragazzi; sparse qua e là delle piccole e meschine capannucce; al centro un rozzo steccato circolare di pietre e spini. Si scende di sella, tutti si fanno attorno a noi, che siamo subito invitati ad entrare nel recinto. Sotto una tettoia di una decina di metri di lato e alta forse due, aperta sul davanti e molto primitivamente costrutta con fusti di dura, stava il governatore con cinque o sei magnati, accovacciati su un piccolo tappeto. Sua Eccellenza è un bell'uomo dalle forme erculee, alto, barba quasi nera, occhio vivace, fisonomia simpatica; non ha nessun distintivo e veste una camicia bianca e il solito scemma bianco attraversato dalla riga scarlatta. Fatti i saluti e la presentazione, ci sedemmo per terra accanto a lui. Entrò allora il popolo, chè si doveva tenere una seduta di tribunale. Dietro noi ed ai nostri lati stavano una ventina di pretesi giudici, poi una massa di soldati dei quali credo che due soli non avevano le stesse armi nè lo stesso costume; grandi, piccoli, giovani, vecchi, d'ogni età ed altezza; davanti a noi, in uno spazio vuoto, due grosse pietre sovrapposte dovevano rappresentate l'altare avanti al quale venivano ad inchinarsi i delinquenti; ai lati gli avvocati, poi molti curiosi. Un usciere con un bastone e con molta forza di polmoni, teneva l'ordine. Comparvero i giudicandi che, trattandosi di cause civili, sono solamente guardati, ma non legati.

L'accusato introdotto fa atto di umiliazione avanti le pietre, poi racconta il fatto del quale è incolpato: tutti sapevano spiegarsi con molta facilità, parlando con enfasi e con spigliatezza, usando nei momenti di maggior calore nel discorso di fare un nodo sul proprio scemma o su quello di un vicino, poi picchiarvi dei pugni gridando Joannes imut, «per la morte di Giovanni.» È questa una specie di formola di giuramento, sacramentale per chi la invoca. Trattandosi di cose da poco, il governatore pronuncia da solo il giudizio, ma, se la cosa si complica, domanda il parere degli avvocati che uno dopo l'altro si alzano, si portano presso il delinquente e con molta prosopopea emettono il loro parere in proposito.

Sorge allora anche l'avvocato difensore, che interrotto nello svolgimento delle sue idee, chiude alle volte colla mano la bocca al suo patrocinato, se questi vuol mettere il naso nel discorso. Entrarono poi due creduti ladri, che è sperabile avranno a dar conto delle loro azioni commesse solo prima della prigionia, perchè incatenati l'uno all'altro, e giovani entrambi e di diverso sesso. Dopo lunga discussione ne fu rimesso il giudizio ad altra seduta.

Trattandosi di cause civili o di ladruncoli, un governatore può essere giudice, ma per grossi ladri, per cause importanti, o per chi è scoperto ladro per la seconda volta, bisogna ricorrere al tribunale del re. Per fatti politici si condanna ad esser relegati sulla vetta di una montagna, custoditi da soldati, e dove bisogna lavorare il terreno per procurarsi da vivere; chi è scoperto di apertamente cospirare contro il Re, è acciecato, ma questa pena è ora quasi caduta in disuso; chi pubblicamente sparla della sacra persona di S. M. ha la lingua tagliata; pei ladri la condanna e il taglio della mano destra e del piede sinistro.