Rivoltandoci a sud ci si spiega dinanzi tutto il pittoresco spettacolo del complesso del mercato. Circa quattromila erano
parmi le macchiette viventi, tutte nuove per noi e tutte diverse una dall'altra, che animavano questo quadro fantastico. Ecco un gruppo di donne che vendono dura, frumento, ceci, semi di lino, foglie secche per fabbricare il tecc, cipolline, peperoni rossi ed altri prodotti dei suolo, tutti stesi in poca quantità su rozzi pezzi di stoffa o pelli spiegate a terra o piccoli vassoi di scorza d'albero intrecciata. E fra loro chi coperta da tele o da tessuti di cotone, chi da semplici pelli, chi seminuda, chi porta un bambino da latte sul dorso, chi è circondata da altri più grandini, dall'occhio vivace, dalle fattezze regolari, che attirerebbero carezze se non ne allontanasse il sudiciume che li veste. Più avanti ecco alcuni venditori di pezzi di sale, ed a sinistra i crocchi delle madri, mogli o figli che aspettano coi somarelli il ritorno del messere che andò nella folla a cambiare i suoi prodotti con altri che gli necessitavano: pochi passi, ed eccoci nel gruppo dei venditori dei manti tessuti in paese, e così proseguendo senza una direzione fissa, alcuni negozianti di sciabole, di cartuccere, di pelli, di vecchi e sucidi bric-a-brac, di otri in terra. Verso la collina tre o quattro orefici che uniti rappresentano il valore di forse una decina di talleri in anelli d'argento, bottoni per orecchini, spilloni per testa e simili gingilli. Più sopra le venditrici delle piastre, in ferro o terra, per cuocere il pane, e accanto a loro i panieri e gli ombrelli pure intrecciati con scorza o canne palustri: di quando in quando qualche miserabile viene ad offrirci delle meschinità d'argento, dei bicchieri in corno da bue, scudi in pelle da ipopotamo, lance od altre simili cose. Parecchi colpi di tamburo richiamano la nostra attenzione verso un punto elevato: molta gente vi sta infatti radunata, molti ombrelli spiccano dalla folla: è il governatore che sta presiedendo il tribunale di giustizia: ad un secondo batter di tamburo vediamo un grande accorrere ed affollarsi di popolo. Era un bando e credo si rendesse noto alla popolazione di Adua che la si obbligava
a spazzare le strade da tutte quelle immondezze che da mesi le infestano. Mi passano accanto i due incatenati che l'altro giorno comparvero al tribunale del governatore: sono accompagnati da soldati e diretti appunto al secondo interrogatorio e forse a sentirsi la sentenza: mi avvicinano e mi supplicano colle lagrime agli occhi che mi interessi a perorare per loro. La donna non bellissima ma un tipo simpatico, l'uomo un bel giovane dall'occhio intelligente. Non scorderò mai l'impressione che mi produsse, col contrasto di questa folla gaja ed irrequieta, un certo istante in cui questo disgraziato, alzando il braccio che gli restava libero dalle grosse catene, e con esso sollevando artisticamente il manto, tese l'indice al cielo e con voce tremante lo domandò testimonio della sua innocenza. In quel momento ho visto un poema di verità in questi compagni di sventura, e un pittore ne avrebbe certo fatto soggetto ad un quadro.
Prima di sera andiamo a far visita al governatore per portargli i regali destinatigli. Una massa di popolo e di soldati stanno avanti l'abitazione in cui siamo ricevuti, e dove noi terremmo i maiali. Egli ci sta però in compagnia della sua mula che ha l'ardire di allungarsi fino a mangiare i pochi fili d'erba che formano sedile e cuscino di Sua Eccellenza. Fatti i soliti complimenti, si fanno entrare i servi che gli stendono ai piedi dodici metri di tela, cinque di velluto, due bottiglie fantasia piene di liquori, quattro pacchi di candele, un candeliere di vetro argentato, avanzo del massacro che della sua specie si fece durante il viaggio, due specchi, qualche scatola fiammiferi. Tutto fu molto bene accetto, e parve soddisfatto della nostra generosità. Il vecchio Desta, assunta un'aria di importanza che a noi pareva ridicola, faceva la spiegazione degli oggetti. Il governatore era affabile ma altrettanto sucido; dovemmo scusarlo quando ci fu spiegato che perdette da un mese suo padre, e in segno di lutto non s'era da quel funesto giorno più cambiata la camicia, e Dio sa fin quando non la cambierà.
1. Gran croce cofta per funzioni religiose. 2. Lavabo da sagrestia.
Le giornate passano piuttosto noiose in questo soggiorno, per quanto si cerchi di occuparsi vedendo il poco che v'ha di interessante e raccogliendo particolari sugli usi e costumi del paese. Siamo intenti a ridurre il nostro bagaglio, limitando il numero delle casse e facendo queste di non più di una trentina di chilogrammi ognuna, perchè una mula possa resistere a portarne alla lunga due. Parecchie di queste sono occupate dai regali che a nome del Comitato milanese si dovranno presentare al re e ai capi che saranno con lui. Molte varietà di oggetti si possono regalare, ma in genere i più accetti sono le così dette camice, o cinque metri di tela, oppure per maggior lusso la stessa misura di velluto o stoffe di seta a colori vivaci: fiammiferi, candele, bottiglie a cipolla col collo allungato e colorate, armi, coltelli, parasoli, carta da lettera.
Spesso i nostri lavori sono interrotti da seccatori che vengono a domandar medicine perchè ammalati, a farci semplicemente delle visite a titolo d'amicizia, ma in fondo in fondo per curiosità, per domandare qualcosa in regalo, od almeno per bere un bicchierino di liquore, oppure per proporci a comperare qualche lavoro in argento, di che però pretendono tre volte il valore.
Faccio una visita a un tal Mercher, che avendo vissuto qualche tempo in India parla benino l'inglese ed è dragomanno del re. Abita un bel tucul, vasto, il cui soffitto è abbastanza ben fatto con travi, in modo da nascondere la paglia che costituisce il tetto.