Accompagnati da Zaccaria che ci fa da interprete e da cicerone passiamo a visitare l'obelisco che rettangolare e leggermente rastremato al vertice si eleva di circa 25 metri: alla facciata è tutto scolpito e diviso con linee orizzontali e disegni strani e ripetuti. Alla base ha scolpito una finta porta cui non mancano i particolari delle serrature: misura metri 1.50 di larghezza e 1.15 di spessore, e sorge fra due grosse lastre ora sconnesse, ma che si vede dovevano perfettamente abbracciarlo e formargli come un pianerottolo all'ingiro: il tutto di granito
grigio scuro. La pietra che sta sul davanti porta tre forature, come mortai, parallele all'obelisco stesso, ed una quarta al centro avanti alle altre. Rende poetica ed artistica la posizione un secolare sicomoro, di cui il tronco è quindici metri in circonferenza, e che fra le sue sporgenti radici tiene abbracciato un altro obelisco minore. Nei dintorni molti altri ne stanno di colossali e lavorati, ma caduti e fatti a pezzi: molti riposano presso le stesse pietre che li circondavano, e che portano le stesse forature. Parecchi ne stanno ancora nella loro posizione verticale, ma di minore importanza; alcuni appena regolarmente tagliati o levigati, altri rozzi pezzi di granito a forma di lingua, qualche volta con rigature orizzontali o calotte sferiche in leggero rilievo. Lascio allo studioso il decifrare questi muti testimoni della civiltà d'altri secoli, e mi permetto solo di aggiungere che dalla poca esperienza fatta visitando altre reliquie sorelle, mi pare questo abbia tutta l'apparenza di una necropoli o di una località consacrata al culto. Gli Abissinesi, non potendosi spiegare con quali mezzi siansi potuti innalzare pezzi così grandi e pesanti, ne attribuiscono il merito al diavolo che voleva costruire una gran torre per dare la scalata al cielo. Il nostro bravo Zaccaria, che fra i suoi è certo il più istrutto, non può credere a questo lavoro diabolico, ma non sa neppur immaginare che vi abbiano riuscito uomini come lui, e pretende che a quei tempi si sapesse sciogliere poi rimpastare il granito, e con questo sistema si costruissero gli obelischi a pezzo a pezzo. L'ingenuità è per lo meno ingegnosa. Proseguendo a nord è un recinto circolare destinato ad erigervi una chiesa, poi quasi a terminare la città da questo lato, un altro spazio circolare racchiuso da una cinta, sede reale. Si accede per un'apertura coperta da una tettoia di paglia a metà rovinata. L'interno è diviso in due parti da un piccolo muro. Al centro sorge un edificio circolare di una dozzina di metri di diametro, sormontato
da un tetto conico in paglia; è la sala del trono e delle udienze. Un giro di rozzi tronchi che fanno ufficio di colonne aiutano a sopportare il tetto ben fatto con canne e corde intrecciate, e talora avvolte con stoffe a colori. Come mobilia, nulla, tranne il trono che servì all'incoronazione, semplice sedia sormontata da un baldacchino con corona e qualche ornato, poggiando su una piattaforma alla quale si accede per cinque o sei gradini. Nelle pareti alcuni semplici fori per dar luce, da un lato la porta d'ingresso, e opposta a questa l'altra da cui esce S. M. quando vuole andarsi a riposare nel vicino palazzo. Sorge questo a pochi metri nello stesso recinto, in forma rettangolare con un piano superiore che tutto è costituito da una rozza camera. Nel locale inferiore abita il custode, e la scala che accede agli appartamenti superiori è esterna e mostra per la sua costruzione che i giorni del re non si reputano troppo preziosi pel suo popolo. Quando il re vi abita, ci si disse che vi si portano degli angareb, e le pareti si coprono con stoffe.
Rimpetto a tutto questo è un'altura che finisce con roccia nuda, e la cui base forma parete ad una vasca semicircolare lunga una trentina di metri, larga la metà e profonda forse sei, in cui all'epoca delle piogge si raccoglie l'acqua. È detta maiscium o acqua dei principi. Dal lato dell'altura sono due vie scavate nella roccia che dagli estremi della vasca vanno elevandosi sopra il centro, dove trovansi quattro o cinque gradini disposti ad anfiteatro. Avanzi di antiche gradinate scendono pure fin sul fondo della vasca. In un avvallamento di fianco a questa altura sta un grosso sicomoro, dove per antica tradizione, il giorno dell'Epifania, si piantano due tende, di cui una è regalo del re, vi si celebrano solenni messe, vi si fanno grandi feste e si benedice l'acqua.
Da qui verso sud continua la catena di alture che stanno rimpetto alla città da cui sono divise per pochi metri dall'incassatura
di un piccolo torrente in cui scorre acqua solo al tempo del carif. Alla vetta di una di queste, ove salimmo, Zaccaria ci mostrò alcune tracce di un antico edificio in pietra da taglio, distrutto dal tempo ed ultimamente dall'avidità del materiale. In diversi punti avanzi di antiche opere, per lo più finte porte scolpite nella roccia.
Chiesa d'Axum nel castello portoghese
Passiamo, invitati, a visitare il Nebrid, l'autorità ecclesiastica che viene subito dopo il Cighiè in via gerarchica. Abbiamo uno dei soliti ricevimenti con trattamenti, e vi troviamo una cordialità senza pari e una persona franca, intelligente, simpatica quanto mai.
Da qui alla chiesa, che è entro un curioso edificio merlato, rettangolare, che ha tutto l'aspetto di un castello medioevale, ciò che mi fa ritenere per certo essere un avanzo di fortificazione della dominazione portoghese. Sul davanti è un rozzo porticato con pilastri. L'interno è diviso in tre navate, ed a circa metà della sua lunghezza diviso da un muro che rinserra così la parte riservata ai preti. Qui dentro si conserva il trono di gala che il re fece fare a Naretti e che modestamente si intitola trono di Salomone. Dieci gradini in legno, fiancheggiati da una balaustrata, portano ad una piattaforma, sulla quale, dietro la sedia reale si innalza un assito sormontato da una gran corona, intagliato a disegni fra cui al centro i leoni d'Etiopia ed una iscrizione che porta il nome del re, la data dell'incoronazione e il nome dell'artefice.