Martedì 29. Grandi noie colle mule che si rifiutano al carico e cogli abitanti che ci seccano e ci soffocano di domande e di consigli. Finalmente verso le nove si parte. Proseguiamo verso ovest e sud-ovest sempre fra alture e altipiani, dove le prime piogge hanno per lo meno tolto l'impronta di assoluta aridità. Dapprincipio euforbie e acacie, parecchi arbusti, qualche ficus e in alcuni punti dei peschi selvatici, il cui frutto è verde, piccolo, lanoso, quasi immangiabile. A sud vediamo nelle nebbie la catena del Semien che si eleva a guglie acuminate: le alture che ne circondano sono generalmente arrotondate ed alcune volte hanno l'originale profilo orizzontale interrotto da coni e pareti verticali delle formazioni basaltiche. Alle due circa troviamo il nostro accampamento formato a Maiscium, a 2250 metri di elevazione, in un piccolo altipiano e poco lontano dal villaggio dello stesso nome. Il giorno appresso ci incamminiamo alle sette in coda al bagaglio. Aumenta la vegetazione, qualche grosso ficus e folti gruppi di palmizii dove v'è dell'acqua. La natura sempre la stessa, la direzione sud-ovest. Mentre pensiamo fare una breve sosta per rifocillarci, scorgiamo le nostre tende piantate. Siamo vittime di un intrigo dei nostri servi che hanno già tutto scaricato per non continuare più oltre, e sì che quando le mule sono cariche, il proseguire per loro non è poi gran fatica: ma l'indolenza è molta e il bene dell'intelletto è poco. Siamo a 2100 metri,
in un ampio vallone circondato da monti abbastanza verdeggianti ma poco popolati da villaggi; la posizione è detta Selahlaha.
Abbiamo grandi divarii di temperatura: di giorno sole cocente e di notte assolutamente freddo.
Giovedì 1.º maggio. Prima di giorno si suona la sveglia e così per le sei il bagaglio è partito e noi ci incamminiamo in coda a lui. Ci eleviamo passando di altura in altura dove la vegetazione non è gigantesca ma abbondante. Ulivi, euforbie, ficus predominano, poi molti cespugli ed arbusti fra cui eleganti gelsomini che coi loro fiori profumano l'atmosfera. In alcuni punti la via è molto erta e ingombra da pietre e rami che la attraversano. È un continuo muover di gambe e inchinarsi per non rompersi le ginocchia o lasciare un occhio infilato a qualche spino. Giunti all'estremo di un breve altipiano ci si presenta sotto una vastissima pianura che raggiungiamo, costeggiando le alture che da est ad ovest la circondano, e vi facciamo l'incontro di una grossa carovana che dalla provincia di Wolkait porta in Adua seme di cusso, cotone e scemma fatti, avvolti in stuoie o in pelli da bue. Alle otto passiamo il piccolo villaggio di Bellés che prende o dà il nome alla pianura nella quale sorge. Proseguiamo in direzione sud-ovest, scendiamo e risaliamo una fenditura ad uso crepaccio da ghiacciaio, nel fondo della quale scorre un torrente, e verso mezzogiorno troviamo ferma la carovana all'estremità opposta della pianura, rimpetto al villaggio di Addo-Anfito, a 2000 metri di elevazione. A sud la pianura si protende fino all'orizzonte frastagliato delle acuminate vette del Semien.
Il capo del villaggio dove accampammo ieri venne a farci mille scuse per non averci dato il pane e una vacca, e ci offre in compenso sei talleri. Ci pare poco dignitoso l'accettarli, ma Naretti lo vuole, dicendo che in caso diverso la voce corre subito di villaggio in villaggio, e per tutto il viaggio non otterremo
più niente. È uso che quando si viaggia sotto la protezione del re e scortati da un soldato, i villaggi devono dare tutto quanto è necessario alla sussistenza dell'intiera carovana. Si hanno però sempre mille noie e litigi ad ottenerlo, quantunque dicano che i contadini non ci perdono nulla venendo questo dedotto sul pagamento delle imposte; d'altronde non regge la coscienza di portar via il pane a questi miserabili che si vede ne hanno realmente poco. Consiglio dunque a chiunque voglia intraprendere un viaggio simile di non assogettarsi a questa generosità imposta, di portarsi delle provvigioni, comperare quanto necessita e accampare anzi possibilmente a qualche distanza dai villaggi.
Viene un individuo ferito al dorso, dove dice di aver ricevuta una fucilata e ci promette, se sappiamo estrargli la palla, una meschina gallina che merita piuttosto il titolo di pulcino. L'arte medica non farebbe certo fortuna in questo paese.
Verso sera, con un baccano infernale, arriva una carovana di forse 150 individui che cantano, gridano, suonano ghitarre e flauti di canna, per festeggiare il matrimonio del fratello del governatore che mette il suo campo a pochi metri dal nostro. Vanno così girando e gozzovigliando per parecchi giorni, e sono un vero flagello pei poveri paesi dai quali passano.
Il giorno seguente facciamo sette buone ore di marcia attraverso pianure comode per le cavalcature, ma monotone per noi, e ci fermiamo al villaggio di Zembellà a 1800 metri.
Sabato 3 ci incamminiamo alle sei e si continua per due ore nell'altipiano stesso, poi si comincia una ripida discesa fra vallate coperte da vegetazione fra cui primeggiano grossi alberi di gardenia dai fiori grandissimi, che quasi rendono l'atmosfera troppo carica del loro delicato profumo. Più ci abbassiamo, il caldo aumenta, fino a diventare soffocante. A mezzogiorno, sortendo da un folto bosco ci troviamo dinanzi il Taccazè che colle sue acque fangose scorre tranquillo e quasi imponente; lo