passiamo a guado essendo meno di un metro di profondità al centro, e una sessantina di larghezza. Eccoci entrati nella provincia dell'Amara, ed eccoci forse chiusa la sortita per parecchi mesi, se il forte delle piogge ci sorprende prima che possiamo incamminarci pel ritorno. Scorre piuttosto incassato fra un vero ammasso di alture, ed ai lati è fiancheggiato da vegetazione folta, rigogliosa, gigantea; gli alberi secolari sono legati fra loro da una vera rete di liane, e centinaia di scimmie li popolano e ci divertono coi loro gridi, salti e modacci. Mettiamo il campo sotto colossali acacie e adansonie, poco sopra il livello dell'acqua che scorre a 950 metri di elevazione. L'incanto della posizione avrebbe bastato a farci passare intere giornate, ma per le poche ore che vi restiamo troviamo invece ad aggiungervi caccia di antilopi nelle colline, di anatre e oche nel fiume e dell'ipopotamo, che sollevando la testa fuori l'acqua e sbuffando, ci fece consumare buon numero di cartucce.
In questa stagione l'aria è buona presso i fiumi, ma dopo le piogge è altrettanto pestilenziale, e ciò deriva dalla grande vegetazione che impedisce la corrente d'aria, e dalla piccola vegetazione annuale e dalle masse di foglie che cadono e che vanno in putrefazione, dando così origine ai miasmi che sono un vero veleno.
La domenica mattina per tempo ci avviamo per una salita ertissima, dove in alcuni punti si arrampica materialmente di roccia in roccia, accompagnati da un'afa soffocante e da un sole infuocato. Dopo un paio d'ore siamo al ciglio dell'altipiano, voglio dire siamo usciti dalla grande infossatura in cui scorre il Taccazè, e siamo tornati alle aure più pure di 1500 metri d'elevazione.
Proseguiamo verso sud, in direzione della catena del Semien che ha l'aspetto di un vero caos di dirupi, castelli diroccati, aguglie, torri monche e simili. Le mule sono alquanto affaticate
e quasi digiune da ieri l'altro, chè presso il fiume v'erano delle piante, ma non dell'erba, per cui, appena scorgiamo un pascolo nel quale, fra un gruppo di grandi alberi, sta una sorgente d'acqua, ci fermiamo, quantunque siano di poco passate le dieci. La località è detta Salamatu. E dietro consiglio dei servi, certo per capriccio loro più che per necessità, sostiamo qui tutto il giorno dopo, sempre a preteso beneficio delle mule. Ce la passiamo cacciando nei dintorni, dove sono gazzelle, pernici e faraone. Ci raggiunge un soldato del re che fu guida al nostro corriere, il quale, ci si dice, è per altra via andato a cercarci in Adua con un grande che S. M. mandava ad incontrarci e accompagnarci. Certo non vogliamo perdere delle giornate per aspettarlo, molto più nel dubbio che ci possa raggiungere, e quindi la mattina di martedì 6 per tempo ci rimettiamo in strada verso sud e sud-ovest, girando valli e passando alture; in generale tendiamo a scendere e ci fermiamo infatti alla una in località detta Angrè, a 1300 metri, presso il torrente Buja. In generale la vegetazione è piuttosto abbondante, foltissima poi presso i torrenti, dove sono affratellate palme, acacie, lauri, gelsomini e cento altre varietà di piante, di arrampicanti, e di parassiti. Due volte ebbimo oggi incontri di scimmie, ed una volta grossissime e si allontanarono di poco al nostro sopraggiungere, per disporsi sulle rocce del ciglio di un burrone a mirare il nostro passaggio.
Verso mezzogiorno incontriamo gente e mule portanti carichi con tappeti e spade dalle impugnature d'argento, ciò che ci fa supporre che qualche grande sia poco lontano da noi. Domandiamo, ed è infatti il Cighiè, capo civile ed ecclesiastico di Axum, che viene dal campo del re. Dopo poco lo incontriamo, seguito da moltissima geme in parte armata, in parte portante i suoi effetti, tende, cuscini, croci, vasi pel tecc, ecc. È un bel vecchio dalla barba bianca e dal tratto simpatico; cavalca una mula
con bardatura a ricami in pelle a diversi colori e gualdrappa ricamata con filo e lavori in argento. Amico di Naretti, ci fece a tutti quanti festosa accoglienza, volle scendessimo tutti dalle mule, ci sedemmo in circolo, alcuni servi stesero uno scemma sulle teste per difenderci dal sole e ci fu servito dell'eccellente tecc. Si improvvisò così un accampamento molto originale e fantastico, circondati come eravamo da tanti servi, soldati, muli e cavalli.
Mercoledì 7. È un continuo succedersi di alture che rendono faticosissimo il cammino non essendovi strade tracciate e dovendo sempre salire la vetta di una per ridiscendere e risalire sull'altra. Si direbbe uno sconvolgimento di materia liquida che d'un tratto si solidificò, un vero mare in burrasca, e non si può raccapezzarvi un seguito di valli nè di monti, se non la catena del Semien, parallelamente alla quale camminiamo, attraversando di quando in quando qualche torrente che da esso scende. Dopo cinque ore di faticosa marcia ci fermiamo a Adercai, presso il torrente Mailaliet, a 1600 metri. Lungo la via il suolo è spesso nero, di aspetto desolante, che per disporlo alla coltivazione fu incendiato tutto quanto di flora lo copriva, e solo sporgono dallo strato di ceneri i mozziconi carbonizzati delle piante che vi vivevano. Dove ancora si conserva, l'erba secca è alta e forte da sembrare canneto; frequenti grossi mucchi di terra, nidi e abitazioni di formiche.
Per noi Italiani non si potrebbe trovare parola che meglio di Abissinia qualifichi il paese che rappresenta, il vero paese degli abissi. Non parliamo delle alte catene che sono di costituzione spaventosa e frequentissimi nascondono i punti inaccessibili, ma prescindendo da questo, l'Abissinia va considerata da un punto di vista tutt'affatto opposto agli altri paesi; cioè, mentre in qualunque altra regione, dal livello medio su cui si cammina, la natura offre alla nostra ammirazione delle catene di montagne,
qui bisogna considerare come piano elevato l'altipiano stesso che costituisce il suolo del paese, ed ammirare i burroni e le vallate che si sprofondano sotto questo livello. Così abbiamo viaggiato per intere giornate nella media di 1500 metri di elevazione, siamo discesi a 950 per passare un fiume e risalimmo subito ancora a 1500, e lo stesso si ripete per tutti i torrenti. E persino nei piccoli altipiani secondarii, spesso si incontrano larghe e profonde fenditure dalle pareti di nuda roccia e dal fondo coperto da vegetazione, che è forza girare all'origine o passare scendendo al fondo, se possibile, perfettamente come si opera all'incontro di un crepaccio in un ghiacciaio.