Abbiamo nella notte l'incomoda visita di una dirottissima pioggia. Ripartiti la mattina seguente incontriamo dopo due ore il torrente Ansia e dopo quattro ore l'altro torrente Enzo, che scendono piuttosto impetuosi e che è forza passare a guado. Sulla via incontriamo la carovana di Degiatch Area, governatore di questa provincia, che ci presenta dei vasi di tecc e di miele. Sempre il noioso e faticoso saliscendi di una sequela di alture, e dopo il passaggio dell'ultimo torrente una ertissima salita ci porta in posizione detta Golima, dove ai piedi di una parete di rocce basaltiche verticali, troviamo la carovana ferma verso le quattro. La direzione sempre sud-ovest, l'elevazione 1750 metri.

Venerdì 9. Costeggiamo il monte fino ad incontrare sulla destra un avvallamento che ci permette di passare sull'altro versante per scendere nel fondo della valle e guadare il torrente Zerima che ha un letto larghissimo, ma ora vi scorre poca acqua. Verso mezzogiorno raggiungiamo l'accampamento di Naretti, ma i nostri servi per un puntiglio nato fra loro, hanno voluto proseguire.

Ci riposiamo fino alle due, poi proseguiamo e dopo una leggiera salita ridiscendiamo per seguire il corso di un torrente asciutto e tortuoso che attraversiamo almeno una dozzina di

volte. Non abbiamo guide, e nessuno cui domandar consiglio quando ci troviamo ad una biforcazione della vallata; seguitiamo quindi dove ci pare più ragionevole dover essere la nostra direzione, ma il dubbio ci accompagna dello sbagliar strada. Passa un'ora, ne passano due e più, il cammino si fa sempre più cattivo e a cento doppii aumenta ad ogni passo il timore d'essere su falsa strada; la vallata ci appare chiusa e davanti ci sta un'ertissima salita che è pur forza superare, e a divagarci abbiamo parecchi incontri di grossissime scimmie. Dal colmo dell'altura si stende dietro noi un estesissimo panorama di tutto il territorio che attraversammo da Adua in qua; un vero ammasso di coni e di avvallamenti, perfettamente l'effetto di una carta geografica in rilievo. A sud la catena imponente del Semien che si protende verso ovest, dove ci sta dinanzi la parete quasi verticale del monte di Wogara che dovremo oltrepassare, e del quale ci fecero pitture così nere, dicendolo tanto erto che le mule cariche non lo possono salire, ed è forza farvi trasportare il bagaglio a dorso d'uomo. Discendiamo di pochi metri in un altipiano in gran parte coltivato, sparso di acacie e di enormi gruppi di gelsomini affratellati alle rose, e in fondo al quale sorge un'altura la cui vetta è coronata da piante e sul cui versante, a diversi gruppi è sparso un villaggio. Lì presso è piantata la nostra tenda che vediamo con somma gioia, perchè il sole volge al tramonto, e sempre abbiamo compagna l'ansia dell'esser fuori strada. Il villaggio è detto Dibbi-bahar, a 2200 metri. La posizione è bella, il pascolo abbondante, e ciò ci rallegra, perchè prevediamo che domani si dovrà fermarsi qui in attesa dell'altra carovana. È stata oggi una vera giornata campale pel cammino e quaresimale pel pasto, chè la via fu lunga e faticosa, la colazione di un po' di chissera o pane del paese e il pranzo la stessa cosa con un po' di miele. Non si ha pericolo, almeno, di soffrire imbarazzi allo stomaco. La sera però possiamo

comperare un bue che domani ci rifocillerà del digiuno d'oggi. Oltre al resto, dalle due alle tre, abbiamo avuto, come da parecchi giorni, l'accompagnamento di forti acquazzoni.

Domenica 11. Appena fatto giorno ci mettiamo in moto ed oltrepassata un'altura che ci stava alle spalle, ci troviamo sul ciglio d'una costa che per originalissima natura si innalza a fare quasi diga, che taglia un profondo vallone che sotto ci si distende.

Oltre questa la salita comincia e si va facendo sempre più dura, finchè raggiunto il pendìo del monte che ci stava di contro, si sale per tali gradinate di roccia che meglio che camminarvi bisogna arrampicarvi, e in molti punti è forza scaricare le mule e far portare il bagaglio a dorso d'uomo. Quanto faticassero uomini e mule non è a credere, e fortunatamente tutto passò senza tristi incidenti, chè un passo fallito poteva avere ben serie conseguenze. Verso le undici arriviamo al termine della salita più terribile, e ci troviamo in un piccolo altipiano, in bellissima posizione, con verdi pascoli sparsi di gruppi d'alberi, un vero parco inglese a 2750 metri. Proseguiamo poi per un sentiero che sale fra boschi in cui predominano mirti, tuie, piante dalle foglie della magnolia, ma più scura e meno lucida, rose, gelsomini e molti arrampicanti. Il sentiero è molto erto ancora, e ci porta alla vetta a 2950 metri, da dove si stende dietro noi l'esteso ed originale, ma monotono panorama delle montagne che veniamo d'attraversare dal Taccazè in poi; alla nostra sinistra sempre l'irta catena del Semien di cui calpestiamo uno sprone, e rimpetto a questo, l'infinito orizzonte che va a confondersi con una miriade di alture che si succedono decrescendo verso le pianure del Sudan; avanti a noi una distesa di colli verdeggianti, gruppi d'alberi e tratti completamente bianchi per le masse di fiori simili a gigli che vi stanno sparsi. Siamo in provincia di Wogara e alle due piantiamo le tende rimpetto al villaggio di

Dewark. Il capo ci fa sapere che, ammalato, non può visitarci, ma spera vederci; andiamo a trovarlo nel suo affumicato tucul dove sta accovacciato accanto al fuoco con un braccio fasciato perchè fracassato da una palla ricevuta or fa un anno nello Scioa; e così se ne sta inerte e soffrente da tanto tempo.

Fu cordialissimo, ci trattò di tecc, volle regalarci un montone e del miele e chiese qualche medicamento.

Stanche le mule di questa giornata campale, siamo consigliati di fare il giorno appresso una tappa piuttosto corta. L'aspetto della campagna è molto cambiato dai giorni scorsi, e qui abbiamo lunga distesa di terreni ondulati, solcati di quando in quando da fenditure in cui scorre un po' d'acqua; verdeggiante il suolo, e sparso di grosse macchie di acacie dal fiore bianco; aspetto bello, grandioso, vero parco popolato da piccoli villaggi sulle creste delle alture e da molto bestiame pascolante. Dopo circa quattro ore di marcia, mettiamo il campo presso il villaggio di Doquà a 2750 metri. Questi villaggi sono tutti costrutti su di uno stampo, e tolta la prima impressione d'originalità, hanno per vero dire poco di artistico; i più grandi hanno la chiesa al centro, nel punto più elevato e spesso circondata da tuie pendule. La sera, dal villaggio ci portano una vacca, quattrocento pani e sessanta uova; si capisce che ci avviciniamo al campo del re, e la paura frutta generosità.