Mentre contempliamo questo compassionevole spettacolo, un altro se ne aggiunge; un grosso falco, che forse vecchio abitatore di queste vallate, sapeva con chi aveva a fare, per ben due volte ebbe tanto ardire da lanciarsi a prender la preda fra mano e bocca del disgraziato.

Lungo la via da Adua in qua, incontrammo spesso piccole compagnie di povera gente che la miseria consigliò di traslocare da un villaggio all'altro, e che torna nel Tigré da dove sfuggì la carestia. Sono tutti miserabili, macilenti, coperti da pochi cenci, coll'impronta della fame e delle sofferenze scolpite nelle carni. Le donne sono cariche dei loro bambini che portano sospesi sul dorso con pelli ricamate con conchiglie, e di panieri e zucche; nei primi portano gli avanzi del pane fatto la mattina o il giorno innanzi, nelle seconde, burro, berberia, acqua ed ogni altra cosa. Le lavorano bene, adattandovi un coperchio e maniglie di liste di pelle; sostituiscono insomma quello che da noi si fa con vetro, terra cotta, metallo o porcellana. Le piccole, tagliate a metà servono inoltre da bicchiere. Credo che proprio da questo frutto si sono sperimentati tutti gli usi possibili e immaginabili.

Oggi incontrammo pure una carovana che veniva dal Goggiam con caffè. I carichi erano portati in parte da boricchi e in parte da giovani alte, nere, seminude, dal tipo schiacciato. Sono schiave sciangalla, per modo che arrivati in Adua si fanno le due vendite, del caffè e di chi lo ha portato...

Lunedì 19: in direzione sud-ovest andiamo discendendo per una bella vallata, larga, verde, in alcuni punti fitta di ricca vegetazione, e raggiunto il vasto piano in cui va a spegnersi, giriamo

dolcemente a sud, per proseguire su d'un piano inclinato sparso di acacie, fra cui alcune gommifere, e grossi ficus.

Passiamo un torrente che ai tempi dell'Abissinia fiorente, pare scorresse impetuoso, perchè i Portoghesi vi costrussero un ponte di cinque arcate, e alle tre circa ci fermiamo ad Amoraghedé, a poche ore dal campo reale. Dove raggiungemmo la pianura, avevamo 1950 metri di elevazione, e dove abbiamo stabilito l'accampamento, siamo risaliti a 2120 circa.

Martedì 20. Abbiamo avuto nella notte uno di quegli acquazzoni equatoriali, che pareva volesse sprofondarci colla tenda. La mattina tutti i servi sono messi a nuovo colle loro camice pulite e con quel po' di roba che si ebbero da noi in regalo; chi un paio di pantaloni, chi una camicia di flanella, chi un fazzoletto in testa, chi un paio di scarpe rotte, chi un gilet; in complesso una scena variata, originale e ridicola, e il ridicolo maggiore lo dava Francisco, un servo del Sudan, colla sua faccia mista da buffone e da idiota, nera come ebano, con scarpe, pantaloni, giacchetta e cappello all'europea, la cintura da revolver e una lunga lancia in mano; un vero tipo da buttafuori da compagnia di saltimbanchi. Tutto è pronto, ma dobbiamo ancora aspettare, che nella lunga tappa di ieri alcune bestie rimasero in strida, e fra queste quella che porta la cassa colla croce da cavaliere di Salomone del nostro Naretti, e senza il distintivo non vuol presentarsi a sua Maestà.

Alle nove finalmente lasciamo il bagaglio, come di prammatica nelle circostanze solenni, e noi partiamo soli. Francisco inforca un magro cavallo bianco, e questo completa la macchietta. Si finisce di salire il piano inclinato, poi si comincia un'erta salita entro una valle per raggiungere un vasto altipiano nel quale continuiamo la nostra via. Sono vaste distese di pascoli, di terreni coltivati, di alture che si innalzano coperte da folta vegetazione, e noi andiamo continuamente attraversando or degli uni

or delle altre. Il grande movimento che incontriamo lungo la via ci mostra sempre più che andiamo avvicinandoci alla meta. Sono truppe di buoi, che pagati quale tributo, si spediscono ai mercati o alle province per ricompensa, vendita, dono od altro; sono soldati licenziati che se ne vanno ai villaggi loro assegnati per farvisi mantenere, o che fanno ritorno alle case loro; sono contribuenti che tornano coi somari, muli o cavalli vuoti dopo aver pagato le imposte, sono capi di villaggi che furono dal re per presentare omaggi o reclami, sono gente fortunata che torna libera da un giudizio reale. Sulle vette di un'altura scorgiamo una gran chiesa; è la grandiosa chiesa del Salvatore che aveva cominciato a costrurre re Teodoro; non siamo dunque tanto lontani dalla meta, e facciamo una fermata sotto un'acacia, dove il buon Naretti indossa la sua camicia rossa a fiori gialli, vi appende la croce del prezioso cavalierato e si avvolge nello scemma ricamato dell'ordine; la sua signora mette pure il suo manto e l'elegante bornus da gran dama. La carovana acquista importanza e ci avviciniamo al supremo momento.

Molti villaggi sparsi, molto terreno coltivato, in complesso bel paesaggio; in un punto vediamo contemporaneamente seminare e raccogliere frumento in due campi attigui. Giriamo un'altura, coronata da folta verdura, e sui pendii della quale siede un grosso aggruppamento di capanne, e ci si presenta uno spettacolo senza confini, di moto, di originalità, di estensione.