Mercoledì 14. Il capo del villaggio non volle ubbidire alla guida del re che ci accompagna, per cui questi lo lega con una corda e lo trascina minacciandolo di condurlo così fino in presenza di S. M. Proseguiamo verso sud e sud-ovest, a seconda delle divergenze che ci obbligano di fare le alture.
Il terreno è in generale ondulato, e passiamo come una sequela di bacini circolari rinserrati da lievi alture, ma aperti verso sud-est, dal qual lato hanno i loro scoli nelle lontane vallate del Semien. Molti pascoli, ma poco bestiame, paese ricco per natura, ma spopolato e povero per mancanza di braccia e per ignoranza. Verso le due ci fermiamo al villaggio di Coraggit, a
2950 metri. Abbiamo compagni dei venti di nord-est che ci risparmiano le piogge che da lontano si vede tentano di avanzare. La notte e la mattina molto freddo e molta umidità. Proseguiamo il giorno appresso volgendo a sud, su di un lungo altipiano fatto a lingua, dalle posizioni più alte del quale si scorgono ad est le profonde vallate che vanno al gruppo del Semien, e ad ovest le posizioni del Gondar e delle vaste pianure che dietro questo si distendono, e dopo cinque ore di tappa ci fermiamo a Mariamoaha (acqua di Maria) a 2720 metri, in posizione assai romantica e isolata. Una massa di aquile e di avoltoi piombano attorno al campo e fendono l'atmosfera colle loro lunghe e ardite spire sopra le nostre teste; un'enorme aquila dal becco arcuato e dalle gigantesche zanne, uccisa con un colpo di fucile, misura da un estremo all'altro delle ali, poco meno di tre metri.
Il venerdì si continua sullo stesso altipiano che va restringendosi fino a diventare un vero dorso di mulo, finchè ci si presenta, quasi a tagliarci la via, un'altura dal ciglio orizzontale, sulla quale ci troviamo a 2900 metri, e ci si presenta ad ovest il Gondar steso su un colle, alla vetta del quale si distinguono degli edificii rettangolari, le rovine dei palazzi portoghesi; e a sud-ovest una striscia biancastra, luccicante pel sole che vi riflette i suoi raggi, ci indica il lago Tzana. Ecco due punti che formavano buona parte delle mie aspirazioni, e che già posso distinguere coll'occhio mio. A rivederci fra poco più davvicino, e intanto proseguiamo per assistere all'altro spettacolo, il ricevimento e l'accampamento del re dei re, l'imperatore d'Etiopia.
A volte attraversiamo ridenti pascoli, a volte folta vegetazione con acacie, ulivi, euforbie, gelsomini, grossi cespugli di rose dal fiore semplice e bianco. Più avanziamo, meglio si distende sotto noi il lago che appare assai vasto e sparso di isole. Ci fermiamo per la notte a Ambaciarà, meschino villaggio di poche capanne, e continuiamo il sabato, presso a poco collo stesso paesaggio
che va però assumendo carattere più alpestre, per circa quattro ore, per fermarci ad Amba-Mariam, a 2920 metri, nel centro di un vasto altipiano tutto coltivato ed assai fertile, e sparso di molte abitazioni che sono tutte capanne come quelle del Tigré, ma forse più meschine, chè difettano maggiormente quelle col muro circolare, e quasi tutte hanno per parete una semplice siepe di rami secchi, tutt'al più impastati con fango. Nei cortili si vede qualche musa ensete; e sparso nei campi un grosso albero dal portamento elegante e dal legno purissimo, detto querc, il cusso che nelle masse ricorda il nostro castano, ma ha un verde più chiaro, il tronco rossastro, e porta grossi grappoli dai quali si fa il decotto usato contro il tenia.
La domenica 18 attraversiamo in direzione sud-est il vasto bacino che ci sta davanti, poi principiamo una discesa entro un vallone orrido e pittoresco; è profondo, massi conici di nuda roccia sporgono qua e là, le pareti dei monti sono alternate da strati a lieve pendìo su cui alligna vegetazione, e strati verticali di prismi basaltici. Noi corriamo sul pendìo di uno di questi monti, la vegetazione è abbastanza fitta senza essere grandiosa; frequenti piccole sorgenti di acqua, sempre circondate da belle palme e muse. Cominciamo nuovamente a salire, giriamo più a sud, ed oltrepassato un enorme masso dalle pareti basaltiche, scorgiamo alla nostra destra, in fondo ad un vallone, il lago Tzana che lambe la catena sulla quale camminiamo. A 2900 metri troviamo ancora un altipiano che attraversiamo per trovarci poi dinanzi una forte e tortuosa discesa, percorsa la quale raggiungiamo le nostre tende piantate vicino al villaggio mussulmano di Derita a 2250 metri, entro un bacino assai vasto, circondato specialmente ad est da monti piuttosto alti.
Come prima influenza del cambiamento di religione, i capi vengono subito ad offrirci del caffè, cose non mai usata dai cofti.
Un povero pazzo, completamente nudo, gridando a squarciagola corse attorno al nostro campo mettendo lo scompiglio nelle mule, poi, vedendo che di un montone ammazzato si erano gettate le interiora, si slanciò come jena su queste e si mise a rosicchiarle.