Lunedì 2 giugno. In direzione sud marciamo per quattro ore e piantiamo le tende in un magnifico altipiano, precisamente all'altezza dove il Nilo Azzurro esce dal lago. Questo comincia già un pochino a ristringersi poco sotto Corata, e dove accampammo ieri principia a fare imbuto, sparso di isolotti e lingue di terra che dalla spiaggia, basse si protendono all'interno. Il cammino percorso oggi è sempre parallelo al lago e in qualche punto lambe le sue acque. È sempre alternato fra basse pianure a pascoli popolate da bestiame, ed alture che si stendono lunghe verso il lago, quasi come radici della catena che ci sta sulla sinistra. Attraversando queste la natura è selvaggia e grandiosa, e popolata solo da fiere che non osano mostrarcisi e da una massa di caccia, specialmente faraone e gazzelle; alberi secolari d'ogni forma ed altezza, tronchi caduti per vecchiaia o per forza di bufere ed artisticamente rovesciati gli uni sugli altri, liane che tutte avvingono fra loro le diverse varietà, fiori che coprono il suolo: la mano dell'uomo non entrò certo mai a togliere nulla alle bellezze che natura ha prodigato a questo cantuccio. Il capo del villaggio è cordialissimo e ci manda ogni ben di Dio.
Martedì 3. Restiamo qui per la caccia all'ippopotamo cui prende parte Ferrari: io non lo posso pel mio dito che va di male in peggio: non un istante di riposo nella notte. Con un rasoio prestatomi dai servi tento ancora di farmi da chirurgo, ma di poco riesco ad approfondire il taglio già fatto. Nella notte abbiamo per due volte invasione di grosse formiche nella tenda, che ci obbligano di trasportarla; mi sento sfinito dalla stanchezza, provo necessità assoluta del riposo, sento la sofferenza del bisogno di sonno, mi par di perdere la ragione, gli
occhi vorrebbero chiudersi, ma gli spasimi superano tutto e assolutamente m'è proibito ogni riposo. Ora poi si aggiunge anche questo trambusto. La mattina giunge, e davvero non avrei creduto di poter sopportare tante sì terribili pene.
Mercoledì 4. Per un quarto d'ora ci andiamo innalzando per poi scendere in una vastissima pianura poco più elevata del lago, che tutta attraversiamo: durante la discesa seguiamo coll'occhio il corso del Nilo che dal lato sud-ovest, in fondo alla pianura, va serpeggiando fiancheggiato da due strisce di folta verdura, frutto delle terre che egli lambe e fertilizza.
Appena abbiamo messa la tenda, siamo raggiunti dal fratello del capo del villaggio di ieri, che giunge seguito da gran corteo di servi ed armati: è tanto cordiale con noi, che subito sospettiamo, abituati come ormai siamo che in questo paese c'è ben poca cordialità e spontaneità, e se qualcuno ne mostra è per raggiungere altro fine che si è prefisso. Poco dopo infatti ci fa chiedere delle munizioni.
Continuiamo il giovedì 5 col solito alternarsi di pianure e di alture; attraversiamo diversi corsi d'acqua che vanno a portare il loro obolo a papà Nilo; saliamo un'erta collina, e ridiscesi dall'altro versante ci troviamo al ponte che i Portoghesi costrussero per unire il Goggiam all'Amara, e che oggi potrebbe essere scuola ed invece è onta a questo popolo.
Antico ponte portoghese sul Nilo Azzurro
La posizione è delle più tetre che si possano immaginare. Giace questo testimonio dell'antico potere incassato fra alture dai profili quasi orizzontali, sulle quali la vegetazione cessa a metà dell'altezza per dar luogo a pareti di rocce nude e nerastre, in fondo alle quali il fiume scorre accompagnato da un monotono rumoreggiare, che unito al cielo bigio e all'atmosfera cupa del momento per minaccia di temporale, aveva del sepolcrale. Il ponte poggia su roccie di diversa altezza: l'arco maggiore sovrasta la maggiore profondità, quindi sempre vi
scorre acqua: i secondarii servono nei casi di grandi piene. Dal lato dell'Amara è l'abitazione di un guardiano che non ne permette il passaggio a chi non è munito di speciale permesso del re. Non volle lasciarci piantare la tenda, per cui ripassammo l'ultima altura per andarci ad accampare ad un paio d'ore di distanza.