Il venerdì restiamo qui fermi, e Ferrari in un giro di caccia trova ad ammirare una stupenda cascata del Nilo poco superiormente al ponte. Io non mi sento la forza d'andarvi, e tento invece un rimedio preparatomi da un soldato con radici essicate e polverizzate, quindi impastate con burro. Copertane la parte ammalata, dopo un paio d'ore mi cessano i dolori, posso riposare la notte, e in poco tempo il taglio da me fatto si è di molto allargato e due nuove aperture laterali si sono formate. Il povero dito è spaventoso, rassomiglia un cavolfiore, ma io sento sollievo, non penso tanto all'avvenire, e mi par rinascere per ora a nuova vita.
Per qualche giorno proseguiamo a piccole tappe, per non stancarmi troppo, e senza notevoli incidenti, tranne fortissimi acquazzoni contro i quali non ci sono coperture nè tende che tengano, e una gherminella delle guide che invece di farci tenere la via più breve come era nostro desiderio, ci fanno deviare per passare da un capo villaggio che aveva loro promesso abbondante tecc. Si percorrono sentieri impossibili attraverso campi e boschi: la natura abbastanza grandiosa e selvaggia: spesso alture coronate da folto verde fra cui giganteggiano le tuje, indizio che vi nascondono qualche chiesa in cui i preti si beano nel far niente, vivendo alle spalle dei poveri contadini. Al famoso villaggio cui tanto tenevano le nostre guide troviamo il capo assente, ma l'invisibile consorte ci usa ogni cordialità, destinandoci un buon tucul e regalandoci di tecc, uova, latte, galline.
Si credeva arrivare a Debra-Tabor il martedì, ma dopo cinque ore di cammino le guide ci consigliano fermarci, pretendendo esservi ancora parecchie ore e non essere conveniente arrivare verso sera e presentarsi al re, come di prammatica.
Mercoledì 11. Per accorciatoio ci fanno fare un'ertissima salita per un sentiero a grossi ciottoli e fra tali boscaglie, che le mule per poco non si accoppano e noi siamo forzati andare a piedi. Attraversiamo così un'altura che determina la vallata in cui dormimmo la prima notte di questa escursione, e ridiscesi per poco dal versante opposto, ci troviamo presso la chiesa del Salvatore. Ai piedi del colle sul quale si trova, stanno parecchi avanzi di edificii che sentono della mano civile, e sono infatti i resti delle abitazioni e officine degli Europei chiamati da Teodoro a portare la civiltà in paese. Da qui per la strada già percorsa siamo in poco più di un'ora a Debra-Tabor, dove il bravo signor Giacomo Naretti e gli altri compagni mi spaventano col loro spavento nel vedere la mia mano, e subito s'accingono ad applicarmi i rimedii necessari.
Giovedì 12. Andiamo dal re per augurargli il buon giorno, frase sacramentale in Abissinia, dargli rapporto della nostra escursione e ringraziarlo delle guide forniteci, ma lo incontriamo che esce per tenere pubblico tribunale. Sulla piattaforma avanti la porta d'ingresso è improvvisata come una gradinata con quattro o cinque angareb di diversa altezza, tutti coperti con stoffe e tappeti: S. M. è accovacciato sul più alto, ai suoi fianchi stanno in piedi i più fidi della corte, dietro lui qualche soldato custodisce una bandiera regalata un tempo dalla regina d'Inghilterra. Sul davanti la collina scende fino alla piazza del mercato dove stanno migliaia di curiosi, e in prima linea tutti i giudicandi che avanzano man mano che i pretesi uscieri li chiamano. Si fanno salire sul versante dell'altura fino ad una ventina di metri dal palco reale, e qui trovano i loro avvocati
elegantemente vestiti con camice rosse, depongono a terra alcuni vasi che portavano, espongono la loro querela. Gli avvocati fanno la loro controscena, il re ascolta, si consulta qualche volta coi suoi vicini, poi emette un giudizio che è inappellabile e trasmesso ad alta voce in modo che possa essere inteso da tutto quanto il numeroso uditorio. Non si trattano qui che cause civili, e i vasi deposti contengono miele, tributo dovuto pel trattamento della causa, che in parte è devoluto al re ed in parte agli avvocati. Ben considerata la cosa per se è ridicola, se si pensa al profondo sapere e alla serietà di questi giudici e all'equità delle sentenze che possono emettere, ma come scena non potrebbe essere più grandiosa, e l'immensità dell'ambiente, e la folla degli uditori, e il loro silenzio sepolcrale, l'enfasi delle difese degli avvocati, la parola calma e incisiva del re che col suo volere, con un suo cenno, poteva in quel momento decidere fra la libertà e le catene, la vita o la morte di quei disgraziati che gli si presentavano, tutto concorreva a dare un tal carattere di imponenza che mi lasciò profonda impressione, come certamente non ne può aver lasciata nessuna aula dei nostri tribunali.
L'organizzazione della casa reale o di un gran capo qualunque, è in questo paese affare grandioso e complicato, ma certo ridicolo più che serio per chi pretendesse che avesse a corrispondere alla parola organizzazione nel suo stretto senso. Presa dal lato apparato e importanza, merita per altro qualche considerazione od almeno due parole di descrizione. Comincio dal notare che nessuno fra tutti questi alti dignitari ha fatto studii speciali od ha acquisita esperienza che gli possa meritamente attribuire il grado che occupa: tutto è questione di favoritismo, d'occasione, di spigliatezza più che di ingegno, e spesso di intrigo riuscito. Tutti però occupano il loro posto e disimpegnano le loro funzioni con una serietà, una importanza ed un affacendarsi, come tenessero le redini della politica europea.
Nel costume abituale nessuna distinzione, solo nelle grandi occasioni sono vestiti di camicie in seta con ornati tessuti o ricamati a diversi colori, e questo generalmente è dono particolare del re. I gradi di tutta la coorte, per non dire baraonda, che segue la corte sono così distribuiti: comandante l'avanguardia, gran mastro di cerimonie, gran sorvegliante l'andamento di casa o maggiordomo, tesoriere, segretario particolare per le corrispondenze, dragomanno e ministro per gli affari esteri, scrivani, custode al tesoro, custode alle guardarobe reali, scudiere o sorvegliante i cavalli e le mule, sorveglianti alla carne, alla farina, al pane, al tecc, ecc. Fra le donne, le direttrici alle cucine, alle panattiere, alle fabbricatrici di tecc e di birra, alle portatrici dei vasi per queste bevande.