di diverse alture coltivate e ben vestite da vegetazione, dalle quali godiamo sulla nostra sinistra l'esteso panorama del lago Tzana, scendiamo in una sterminata pianura nel mezzo della quale ci andiamo a fermare presso alcune capanne, abitate da miseri pastori che non trovandosi in forza di reagire vengono a supplicarci colle lagrime di risparmiar loro il tributo, perchè mancanti persino del pane per vivere. Ci accontentiamo quindi di qualche piccola cosa che ricompensiamo con moneta.

Spade: 1. biscerina. 2. abissinesi.
3. Sella e briglia di distinzione regalateci de Re Giovanni. 4. Decorazione militare.

Tutti i giorni verso le tre il cielo si copre e ci accompagnano pioggie dirotte che ci preparano bene inzuppato il terreno sul quale dobbiamo poi piantare la tenda e sdrajarci, salvo poi continuare la notte e colla pendenza del suolo formarsi una corrente d'acqua, che mentre dormiamo ci cura idroterapicamente il dorso.

Lunedì 23. Proseguendo a nord-ovest attraversiamo la vasta pianura a poca distanza dal lago, con un caldo soffocante; alla nostra destra ci maschera il Gondar una bella catena di monti, uno dei contrafforti del gruppo del Semien che fra pochi giorni visiteremo. Usciamo dalla provincia di Begemeder ed entriamo in quella di Dembea che è sotto il governo del vecchio ras Area che ci fu dipinto come affabile e di modi cortesi cogli Europei, ma il più severo e crudele coi suoi; è il solo che ancora abbia inflitta la pena dell'accecamento, malgrado il re vi sia contrario. Lungo il lago masse di ardee, anatre, oche selvatiche e cento altre varietà di selvaggina, da coprire letteralmente acqua e spiaggia. Sono talmente ingenui sui tranelli che l'uomo può tendere loro, che si lasciano assai facilmente avvicinare, ed al tiro del fucile non fanno che sollevarsi in massa per rimettersi a pochi metri di distanza. Giunti all'estremità del lago pieghiamo leggermente a nord, e, attraversati molti campi coltivati, ci accingiamo alla salita del colle di Genda, i cui versanti sono occupati dall'accampamento delle truppe e il vertice dal solito ricinto entro cui sono le capanne del capo.

Ci facciamo annunciare, e dopo una mezz'ora di nojosa anticamera fuori della cinta, circondati da centinaja di impudenti soldati che spingono la loro curiosità all'indiscrezione, non sanno cosa sia cortesia e si divertono a deriderci ed insultarci ripetendo fra loro turco, turco, siamo invitati ad entrare. Attraversata, parte del recinto siamo introdotti in un vastissimo tucul dove ras Area sta accovacciato fra una massa di grandi, di generali, di avvocati. La nostra guida ci presenta, o meglio ci presentiamo da noi, ma la guida consegna uno scritto del re. Tutti si alzano vedendo il suggello reale; commentano frase per frase, ci fanno mille domande sul dove andiamo, da dove veniamo, chi siamo, cosa contiamo fare, poi siamo licenziati e affidati ad un individuo che si porta ad un piccolo tucul, in mezzo a tutti gli altri delle truppe, già pieno di soldati che si fanno sgombrare. Non è così che si trattano persone di riguardo, come, senza tema di peccare di superbia, credo siamo noi in questo paese, dove se si fa dell'ospitalità, almeno apparentemente si cerca di farla bene, ma pensiamo saranno stati male eseguiti gli ordini dati, e ci adattiamo alle circostanze, ci spogliamo delle nostre armi e ci sdrajamo in cerca di riposo, sperando arrivi presto anche da soddisfare l'appetito.

Entra poco dopo un messo con un corno di tecc e ci offre a bere, poi ci invita per ordine del capo a portarci da lui. Certo è per darci da mangiare, pensiamo, e pieni di speranze e d'ardire ci avviamo. Ras Area è seduto nell'angolo di un piccolo ricinto e circondato da una ventina dei più fidi compagni; salutiamo e ci disponiamo davanti a loro; un forte battibecco comincia, si fa viva una querela fra loro, dai gesti si vede che vogliono accusarci di qualche cosa; il nostro servo che fa da interprete dice ci ritengono malfattori; pensiamo ci scambino pei condannati che dovevano arrivare con noi e cerchiamo spiegarci, ma ad un cenno del capo una massa di soldati invade,

ognuno di noi è preso da due per le braccia che ci tengono rivolte all'indietro; io porto il destro al collo, perchè sempre malato, si insospettiscono nasconda qualche arma, vogliono mostri il mio male. La questione si va facendo più seria, più complicata; il nostro Agos, l'interprete, giovane timido, grida: vi legano, vi legano; poi è preso da timore, piange, non sa più spiegarsi; alcuni soldati entrano con delle catene. In questo frattempo, anzi fin dal principio, il capo e parecchi dei suoi si armarono di carabine, vi misero le cartuccie e pronti tenevano queste armi rivolte a noi. Noi davvero non si sa che pensare; le nostre parole non sono intese, la nostra innocenza non vuol essere ammessa; ci guardiamo l'un l'altro, è inutile fare il forte, tutti son pallidi e come gli altri devo essere anch'io. Ferrari è condotto nel mezzo del recinto, inginocchiato col dorso rivolto alle carabine; in quel momento, confesso, lo vidi finito e immaginai tutti noi stesi con lui. La morte mi parve bella in quel momento e il pensiero correva triste all'idea di non essere finito d'un colpo, delle sofferenze delle ferite, d'esser forse destinati coi nostri patimenti a trastullo di quella canaglia. Nel volgere di pochi secondi migliaia di pensieri mi si presentarono alla mente e una vera lanterna magica dei miei cari, del passato, del mio paese, mi passò davanti agli occhi. È paura questa? se lo è, confesso d'averla avuta e non me ne vergogno; quando è dato mostrare di aver coraggio, credo non sia tanto difficile persuadere che non si ha paura, ma quando si vede la morte vicina e l'impossibilità di muovere dito per respingerla, e senza scopo alcuno, e convinti della propria innocenza, credo non sia gran merito rassegnarsi alla morte, nè demerito dolersi di perdere la vita.

Qualcosa di sereno però siedeva ancora nel mio cuore, e si fece gigante, e una voce interna mi parve dirmi: tua madre prega per te, tu devi riabbracciarla, e mi sentii rassicurato. Le