preci di mia madre avevano infatti un eco in questi cuori da belve, e Ferrari fu solo primo ad essere incatenato. Come la catena deve serrare al polso, l'ultimo anello è più largo e aperto per farvi entrare il braccio, che poi si appoggia ad una pietra qualunque, mentre con un'altra picchiando or su un estremo or sull'altro dell'anello, lo si chiude tanto che serri e non possa sortirne la mano. Per questa operazione Ferrari erasi dovuto inginocchiare, anzi dopo quasi sdrajare a terra. Lo stesso fu fatto a tutti noi, con permesso speciale di Sua Eccellenza per mettermi la catena al braccio sinistro essendo il destro il malato, poi fummo separati e condotti attraverso quell'orda selvaggia di vigliacchi che si chiamano soldati e che ci scherzavano, ci insultavano, ridevano della nostra disgrazia al nostro passare. All'altro estremo della catena è legato un mascalzone qualunque pieno di rogna e di pidocchi che è garante del delinquente che gli viene affidato. Così ognuno fu condotto in una capanna e circondato da donne, ragazzacci e soldati che si appropriarono quattrini, fazzoletti, orologi, quanto poteva soddisfare i loro gusti: ci spiegarono come ras Area era come Teodoro e noi gli inglesi che questi aveva incatenato; chi con un fucile spianato mi mostrava che fuori la capanna mi avrebbero fra poco finito, chi con una spada voleva farmi capire che la mia condanna era il taglio del piede e della mano. Intanto i pensieri volavano a casa mia, all'avvenire, ad una lunga prigionia, a sofferenze, alla morte; e per buona sorte la noja insistente di questi importuni non lasciava troppo tempo allo svolgersi dei pensieri, e il succedersi di questi mi calmava l'indignazione della posizione in cui mi trovavo condannato. Oso dire che la risultante fu una buona dose di rassegnazione e mi tranquillai aspettando la mia sorte.
Non saprei precisare quanto tempo durò questo stato di cose, e i minuti devono certo essermi sembrati ben lunghi, ma
parmi che dopo circa un'ora e mezza, un soldato venne a dirmi mi portassi dal capo. Seguito dal custode, e ancora attraversando tutti quei gruppi di mascalzoni indegni d'esser uomini e di portare il titolo di cristiani, tornai da ras Area e vi incontrai i compagni. Si fece ancora qualche po' di discussione, ma alla fine fummo liberati dalle catene appoggiando il braccio su d'una pietra e legando un estremo dell'anello con cinghie ad un grosso palo che si tien fermo e appoggiato alla pietra stessa, e forzando a schiudersi l'altro estremo tirandolo con liste di pelle parecchi soldati.
Ras Area si mostrò allora mortificato, avvilito, disse che se volevamo avevamo diritto a bastonarlo, e fingendone l'atto, dichiarò che a lui non restava che presentarsi colla pietra al collo per implorare il nostro perdono.
Quando arrivammo egli era completamente ubbriaco ed i suoi fidi in parte. La nostra guida, un povero cretino, presenta la lettera del re in cui dice: ti invio nove prigionieri, metti loro le catene e mandali alla montagna; e non aggiunge altro a nostro riguardo.
Questo qui-pro-quo, i fumi dell'ubbriacatura che confondevano la mente e offuscavano la vista, il desiderio degli altri ajutanti e seguaci di mettere in catene dei bianchi, ciò che pareva loro gran merito, tutto questo insomma fu la causa dello sbaglio e del fatto avvenutoci. Passata un po' l'ubbriacatura, avuti maggiori ragguagli dalla guida, ricordatosi che lui stesso aveva domandato questi bianchi che stavano al campo del re, tornò a miglior consiglio.
Per buona fortuna nella lettera del re non era detto di fucilare i prigionieri, chè altrimenti, nè la mente rinfrescata, nè gli schiarimenti della guida avrebbero valso a rimediare alla pena che ci sarebbe stata inflitta.
Fummo subito regalati di una vacca, un montone, pane,
tecc, miele, burro, ecc., e l'emozione in generale non aveva poi avuto grandissima influenza sull'appetito.
Vorremmo partire la mattina dopo, ma il ras ci prega restare, dicendo ci vuole almeno una giornata suoi ospiti per mostrargli che non conserviamo rancori per l'avventura di ieri; ma in fondo il vero motivo è che teme che noi ritorniamo direttamente dal re a fare le nostre lagnanze, ed egli vuole prima spedire un corriere con una sua lettera in cui dà ragione dell'equivoco e implora la sovrana grazia. Per quanto instare si faccia, mostrando che una giornata per noi è preziosa e può avere grandi conseguenze, non ci è dato liberarcene e ci è forza rassegnarci a restare. Passiamo la giornata visitando l'accampamento che in piccolo è una ripetizione di quello di Debra-Tabor, e ricevendo visite da diversi capi e ufficiali che fingono dolersi del fatto accadutoci. La sera siamo invitati dal capo. Pronti ad una ripetizione del ricevimento di ieri, lo troviamo invece nella stessa gran capanna, ma steso su alcuni tappeti, avanti un gran fuoco, circondato dai soliti grandi che per turno si rubavano l'alto onore di accarezzargli piedi e gambe, leggermente ubbriaco di tecc che ci fa servire in abbondanza, non trascurando di continuare anche da parte sua a vuotarne delle intere bottiglie. Ci rivolse mille domande sul nostro paese e sui nostri usi e costumi, ma il discorso volse specialmente sulla poco cordiale accoglienza fattaci al nostro arrivo, e disse che noi potevamo essere paragonati a Gesù Cristo, e lui al diavolo, che era stato ben cattivo, che si riconosceva per un vero bue, e così trascese ad appropriarsi tanti e tali epiteti che, per quanto si riconoscesse peccatore e lo confessasse, mostravano certo in lui maggiore mancanza di dignità che vero buon cuore e schietto rimorso.