— C'è, ma voi intanto non pensate all'eternità.
— È inutile pensarci... — disse Paolo, alzandosi e pulendosi la bocca col tovagliuolo. Egli doveva andarsene; s'era indugiato troppo per quelle due donne che, dopo tutto, lo interessavano soltanto perchè dovevano ancora pagarlo.
— C'è gente che mi aspetta nello studio, c'è gente. Ci rivedremo; voi non partirete.
— Domani mattina all'alba...
— Macchè! Voi resterete... — diss'egli con voce indifferente, indossando il suo immenso soprabito: e quando egli ebbe indossato il soprabito, zia Bachisia lo fissò coi suoi occhietti verdi e pensò che il piccolo dottore, con quel paludamento, pareva una magìa, cioè una di quelle figurine ridicole eppur terribili che le maliarde fabbricano a scopo di magìa.
Egli andò via, e dopo di lui uscì dalla camera anche la signorina Grazia, che non aveva mai parlato durante la cena, e zio Efes Maria si accomodò di traverso sulla sedia, accavalcò le gambe e cominciò a leggere la «Nuova Sardegna».
In cucina s'udirono le ragazze ridere forte: e fra le tre donne, che mangiavano tre pere, regnò un grave silenzio. Qualche cosa pesava su di loro; sì, anche su zia Porredda che con la sua intuizione primitiva sentiva che l'anima delle selvatiche ospiti e l'anima dei suoi civili discendenti era ammorbata dallo stesso male.
X.
L'indomani all'alba, come in un altro giorno lontano, Giovanna fu la prima a svegliarsi, mentre zia Bachisia, che ogni notte, come tutte le vecchie, tardava ad assopirsi, dormiva ancora un sonno leggero e respirava forte.
L'alba invernale, fredda ma nitida, biancheggiava dietro i vetri appannati. Giovanna, che la sera prima s'era addormentata alquanto triste, più seccata che commossa per le osservazioni di zia Porredda, guardò verso i vetri e si sentì allegra indovinando una bella giornata e quindi un buon viaggio.