Sì, la sera prima ella s'era addormentata un po' triste pensando a Costantino, all'eternità, al suo bambino morto, a tante altre cose melanconiche.
— Il mio cuore non è cattivo — ella pensava — e Dio vede il cuore, e giudica più le intenzioni che le azioni. Io ho pensato a tutto, a tutto. Io ho voluto bene a Costantino ed ho pianto finchè ho avuto lagrime. Ora non ne ho più; ora io penso che egli non tornerà mai più, o tornerà quando saremo vecchi, e non posso piangere più. Che colpa ne ho io se non posso piangere più, pensando a lui? D'altronde penso che io sono una creatura di carne e d'ossa, come tutte le altre, che sono povera, soggetta alle tentazioni ed al peccato. E per sfuggire le une e l'altro prendo il posto che Dio mi assegna. Sì, zia Porredda mia, io penso all'eternità, ed è per salvarmi l'anima che io faccio ciò che faccio... No, io non sono cattiva; il mio cuore non è cattivo.
Quasi quasi pensava che il suo cuore era buono e generoso, o almeno, se precisamente non pensava così nella profondità sincera della coscienza — in quella profondità che non mentisce mai — e dalla quale sgorgava quel senso di tristezza che la avvolgeva, — lo pensava con la mente calcolatrice. Così, confortata, si addormentò.
Ora l'alba nitida batteva ai vetri della camera ospitale le grandi ali diafane, fredde e pure come il ghiaccio, e Giovanna pensò al sole e si rallegrò.
Anche la vecchia si svegliò e guardò subito i vetri.
— Ah, farà una bella giornata! — disse soddisfatta.
Si alzarono. Zia Porredda era già in cucina; cortese e premurosa servì il caffè alle ospiti, e le aiutò a sellare e caricare il cavallo. Pareva non ricordasse affatto il discorso della sera prima, ma appena le due donne furono uscite, fece in aria un piccolo segno di croce, sembrandole che con loro fosse andato via il peccato mortale.
— Alla buon'ora. Buon viaggio, e il Signore vi aiuti — pensò zia Porredda, chiudendo il portone.
Nel silenzio cristallino dell'ora i galli cantavano con rauchi gorgheggi, vicini, lontani, più lontani ancora, e la piccola città dormiva sotto il cielo di vetro azzurro.
Questa volta le Era viaggiavano sole; dovevano scender la valle, percorrerne il fondo, risalirla e poi salire le montagne grigie all'alba, i cui picchi coperti di neve, d'un bianco metallico, si disegnavano crudamente sull'orizzonte.