Faceva freddo; non spirava vento, ma l'aria era tagliente, e un silenzio indescrivibile regnava nella grande valle selvaggia, accresciuto, anzichè rotto, dalla voce monotona di qualche torrente. L'erba invernale, corta e d'un verde intenso, incipriata di brina, copriva le chine di qua e di là dai sottili sentieri bruni; il musco umido odorava sulle roccie, e le macchie verdi stillavano brina: una freschezza selvaggia ringiovaniva la valle; ma i radi alberi contorti e brulli sorgevano, a grandi intervalli, come eremiti nudi, espostisi per penitenza al freddo e alla luce dell'aurora. Nei seminati la terra era nera, umida; e la linea delle muriccie, lunga, infinita, coperta di musco, saliva e scendeva serpeggiante: guardata dall'alto sembrava un enorme verme verde. Cammina, cammina, le due donne, con le mani, il volto e i piedi gelati, attraversarono il torrente in un guado ove l'acqua passava larga, bassa e silenziosa, risalirono la valle e cominciarono a salir le montagne. Il sole era spuntato, vivido ma freddo, e le montagne della costa sorgevano azzurre sul cielo d'oro: il vento, ora, passava fra le basse macchie, recando un odore di roccie umide.
Le due donne viaggiavano silenziose, assorte: in un avvallamento ombreggiato dalle chine sovrastanti, candide di brina, incontrarono un uomo di Bitti che viaggiava a piedi; si salutarono, sebbene sconosciuti, e passarono oltre.
A mano a mano che salivano, il sole s'avvivava e le riscaldava: esse pensavano alla mèta che s'avvicinava, alle robe che tenevano entro la bisaccia, alle cose che dovevano fare appena arrivate al paese. Zia Bachisia pensava a zia Martina e alla soddisfazione che la vecchia avara proverebbe vedendo il corredo di Giovanna: e Giovanna pensava a Brontu ed alle cose curiose che egli diceva quando era ubriaco; ma entrambe, quando videro la chiesa di San Francesco, bianca al sole, adagiata a mezza china, fra le macchie lucenti, pensarono a Costantino e dissero un'Ave-Maria per lui. Arrivarono poco dopo mezzogiorno. Ad Orlei, nella cerchia dei campi umidi, sotto l'alito gelato delle grandi sfingi con le cime fasciate da bende di neve, il freddo era più intenso che a Nuoro, e il sole riusciva appena a riscaldare l'erba dei viottoli melanconici. I tetti erano rugginosi, ed alcuni coperti di gramigne; i muri neri di umido, gli alberi nudi, resi rossastri dal freddo; qualche spira di fumo livido saliva sul cielo chiaro, d'una solitudine infinita. Come sempre, il paesello taceva e sembrava deserto, abbandonato; sui muri apriva le sue piccole coppe di carne verde l'ombelico di Venere, le lucertoline screziate prendevano il sole, le lumache e gli scarafaggi lucenti salivano di pietra in pietra.
Zia Martina filava sotto il portico, ove penetrava il sole, e vedendo tornare le sue vicine fu assalita dalla smania di sapere ciò che esse recavano entro la bisaccia, ma non si mosse e rispose contegnosa al loro saluto.
Verso sera rientrò Brontu, che ogni tre giorni visitava la fidanzata, e la madre volle accompagnarlo, curiosa di sapere ciò che le Era avevano portato da Nuoro.
Un magro fuoco di legno di ginepro ardeva sul focolare di zia Bachisia, proiettando lunghi sprazzi di penombra rossastra sul pavimento e le pareti terrose della cucina. Giovanna voleva accendere la candela, ma i Dejas glielo impedirono: zia Martina per istinto, Brontu perchè così nella penombra poteva meglio guardare la fidanzata.
Era mirabile il contegno di Giovanna davanti alla futura suocera ed a Brontu; ella diventava dolce dolce, la sua voce pareva quella d'una bimba, pur pronunziando parole savie e profonde; lo sguardo si velava, le lunghe ciglia s'abbassavano; ella sembrava una fanciulla di quindici anni, innocente e buona; e tutto ciò succedeva, non per voluta finzione, ma per istinto. Brontu ne era pazzamente innamorato, tanto che ora, quando s'ubriacava, correva da lei, s'inginocchiava, e cantava certe preghiere puerili imparate nella sua infanzia. Poi piangeva perchè si accorgeva di essere ubriaco, e giurava che non avrebbe bevuto mai più, mai più.
Quella sera, però, era perfettamente sano, e parlava tranquillo, avvolgendo Giovanna con un continuo sguardo appassionato. Sorrideva, e i suoi denti splendevano al riflesso del fuoco.
Zia Bachisia cominciò a raccontare le avventure del viaggio; parlò del paletò dell'avvocato, delle ali che usavano le signore, della cucina dei Porru, dell'uomo sconosciuto incontrato per istrada, ma non toccò la discussione avuta con zia Porredda, nè parlò delle compre fatte, sebbene indovinasse la smania e la curiosità di zia Martina, e ardesse anch'essa dal desiderio di mostrare le belle cose acquistate.
— E tu cosa dici, Giovanna? — chiese Brontu, frugando il fuoco col suo bastone. — Sei pensierosa stassera: che hai?