Ah, le stesse parole di zia Porredda, le stesse, le stesse! La lettera doveva averla introdotta zio Isidoro, giacchè Giovanna, da lungo tempo non riceveva più direttamente notizie del condannato. Le lagrime le velavano gli occhi: e chi sa? forse ella si commuoveva più al ricordo del passato che al pensiero dell'eterno avvenire. Ad un tratto sentì l'uscio girare lievemente ed una persona entrare furtiva; si chinò rapida, fingendo frugare entro il cassetto, con le mani tremanti e gli occhi velati.
Brontu le fu dietro, a braccia aperte, la cinse per le spalle, ed ella finse spaventarsi e si scosse.
— Che fai, che fai? — egli chiese con voce sommessa, commossa.
— Ah, cerco... cerco... il grembiale per tua madre. Non so dove l'abbia messo! Lasciami! Lasciami! — ella disse, cercando di liberarsi dalle braccia di Brontu; ma volgendosi vide i denti di lui splendere fra le labbra sorridenti, rosse e lucide come ciliege; e subito sentì la mano di lui dietro la testa, e quelle labbra rosse, lucide e ardenti come il fuoco, toccarono le sue.
— Ah, noi non pensiamo all'eternità... — disse con voce ansante, appena egli l'ebbe baciata.
Ma poco dopo, ritornati in cucina, ella cominciò a ridere con un riso fresco e puro di giovinetta, mentre Brontu la guardava con l'aria speciale che egli prendeva quando era ubriaco.
L'inverno passò. Gli amici di Costantino non cessarono un momento di intrigare e lottare perchè il maledetto matrimonio non si avverasse. Invano. In quell'occasione i Dejas e le Era sembravano gente fatata; erano invulnerabili, non si lasciavano scuotere nè da preghiere, nè da minaccie, nè da pettegolezzi.
Il sindaco, anche il sindaco, un pastore che rassomigliava a Napoleone I, pallido e fiero, era contrario a quel matrimonio del diavolo; e quando Giovanna e Brontu andarono in gran segretezza a richieder le pubblicazioni, egli li trattò con freddo disprezzo, sputando per terra ogni due secondi. La gente minacciava scandali. Finchè s'era trattato del divorzio, la gente s'era meravigliata, ma non scossa; finchè s'era parlato dell'amoreggiamento di Brontu e Giovanna, la gente aveva mormorato, ma, in fondo, s'era compiaciuta di aver uno scandalo sul quale intrattenersi; finchè s'era trattato d'un matrimonio che sembrava impossibile, la gente aveva riso, ma aveva sperato che Brontu si burlasse delle Era; ed ora, ora la gente non avrebbe forse detto più nulla nè avrebbe più riso se Brontu e Giovanna si fossero uniti così, in peccato mortale (non sarebbe stato nè il primo nè l'ultimo caso; e Giovanna poteva scusarsi, data la sua gioventù e la sua povertà), ma sposarsi, una donna che aveva già marito, sposarsi! questo la gente non poteva sopportarlo. Che volete? La gente è fatta così. Eppoi era una cosa orribile, un peccato, uno scandalo inaudito. Si temeva che Dio castigasse tutto il paese per la colpa di quei due; e qualcuno minacciava di fare scandalo, di gittar pietre, di fischiare, di bastonare gli sposi il giorno delle nozze. Ed essi lo sapevano: Brontu si arrabbiava, zia Bachisia diceva «Lasciate fare a me» e zia Malthina sollevava la testa come un puledro che sente l'odor della polvere da sparo. Ah, lei voleva combattere e vincere; lei si sentiva invecchiare, era stanca di lavorare e voleva in casa una serva gratis. Giovanna le piaceva, e Brontu doveva prenderla. E che la gente schiantasse d'invidia.
La sera del giorno in cui furono fatte le pubblicazioni, zio Isidoro Pane lavorava nella sua catapecchia, alla luce vivissima e purpurea d'un gran fuoco. Almeno un gran fuoco zio Isidoro poteva permettersi, giacchè le legna le portava egli stesso dai campi, dalle rive del fiume, dal bosco. Durante l'inverno egli intesseva corde di pelo di cavallo: sapeva far di tutto, cuciva, filava, cucinava (quando aveva di che), rattoppava le scarpe: eppure non usciva mai di miseria.