Zia Bachisia rise, con uno strillo da falco, ma tosto ridiventò seria vedendo che Giovanna non usciva dalla sua melanconia.

— No, non ci siamo ricordate. Ma Giovanna vi farà vedere qualche cosa che abbiamo comprato...

Giovanna si alzò, accese la candela e andò nella camera attigua. Brontu la seguì con gli occhi ardenti, zia Martina capì che ella andava a prendere il regalo. Passarono varii minuti e Giovanna non tornava.

— Che fa di là? — chiese Brontu.

— Chi lo sa?

Passò un altro minuto.

— Io vado a vedere — egli disse alzandosi e avviandosi.

— No, no, che fai? — disse zia Bachisia, ma così debolmente che zia Martina si scandolezzò e richiamò il figlio con degli energici:

— Zsss... Zsss...

Ma egli andò oltre, in punta di piedi. Giovanna, ritta davanti al cassetto aperto, rileggeva una lettera che, rientrando dal viaggio, madre e figlia avevano trovato sotto la porta, introdotta nella fessura durante la loro assenza. Era una lettera straziante di Costantino: coi suoi rozzi e semplici caratteri, egli supplicava Giovanna per l'ultima volta di non fare ciò che ella stava per fare. Le ricordava i giorni lontani del loro amore, le prometteva il ritorno, le giurava la sua innocenza. «Se non vuoi aver pietà di me — concludeva — abbi pietà di te stessa, dell'anima tua; pensa al peccato mortale, pensa all'eternità».