— Ma oggi, credo. Zanchine sta estirpando un lentischio quando sente gnuè, gnuè. Guarda. È un bambino di pochi giorni. Ciò poco male; ma ora viene il bello. Ecco una piccola nuvola avanzarsi per l'aria e piombare, ingrandendosi, su Zanchine e rapirgli il bambino. Era un'aquila... Sì, quest'aquila doveva aver rubato il bambino in qualche posto, lo aveva nascosto nella macchia, e vedendo Zanchine che toccava il bambino è piombata, e...
— Va! — disse Giovanna. — Io non ti credo più.
— Che tu possa vedermi ricco se non è vero...
— Va! Va! Va! — ella ripetè un po' irritata. Brontu sentì ch'ella, invece di divertirsi, diventava di malumore, e le chiese se aveva fatto cattivi sogni. Ella ricordò il sogno avuto, e non rispose. Così giunsero all'altra parte del paese, cioè vicino alla casetta di Isidoro Pane. Uno spettacolo di dolcezza indescrivibile copriva la terra: la luna s'affacciava come un grande volto d'oro sull'oriente d'un celeste argenteo; e la terra nera, gli alberi bagnati, le casette di schisto, le macchie e tutta la pianura selvaggia, fino alle ultime linee dell'orizzonte, brillavano come animate da un sorriso pieno di lagrime.
I due giovani passarono rasente alla casetta del pescatore, e udirono la voce di Isidoro che cantava. Brontu si fermò.
— Andiamo, — disse Giovanna, tirandolo per il braccio.
— E aspetta! Anzi voglio battere a quella che sarebbe la sua porta.
— No! — ella disse, fremendo. — Andiamo, andiamo. Andiamo o ti lascio solo...
— Ah, è vero, tu ti sei bisticciata con lui. Ma io no. Io batto alla sua porta.
— Ed io me ne vado.