— Che tu mi veda in cielo se mento. Sì, egli ha delle amanti che gli succhiano il sangue...

La donna e Isidoro risero, — un riso da creature innocenti, — comprendendo che Giacobbe accennava alle sanguisughe.

Il servo cominciò a tagliuzzare la carne col suo coltello affilato, tenendola fra i denti e la mano sinistra, e dicendo che sembrava l'orecchia del diavolo tanto era dura. E quei due, ora che avevano cominciato, ridevano per ogni piccola cosa. Giacobbe, però, non rideva: non sapeva perchè, ma il buon umore di due ore prima era passato.

— Dopo vi condurrò a vedere il mio palazzo: fra giorni sarà finito e se volessi affittarlo avrei già gli inquilini. Ma io non l'affitto. No: andrò ad abitarlo io.

— Tu lascerai il servizio, dunque?

— Io lascerò il servizio, sì. Fra poco. Ho lavorato abbastanza. Sono quarant'anni che lavoro, sapete? Sì, quarant'anni. Nessuno dirà che ho rubato i denari coi quali vivrò la vecchiaia.

— Tu ti ammoglierai?

— Poh, chi mi vuole? Io stesso sputerei la donna giovine che mi accettasse. E vecchie non ne voglio, no. Bevete, Isidoro Pane.

— Tu mi farai ubbriacare? Ebbene, sì, è festa. Alla salute degli sposi.

— Di quali sposi?