— Tu non hai nemici, — osservò il pescatore. — Eppoi perisce di ferro soltanto colui che di ferro ha ferito.
— Io ho ferito, — rispose Giacobbe, con accento grave, affondando la bocca in una fetta d'anguria: — quante creature innocenti! Ah, voi non capite? Pecore e agnelli! — poi sollevò il viso, rorido del roseo sangue dell'anguria, e rise.
Dopo andarono a veder la casa nuova: era ad un piano, oltre il terreno; in tutto quattro camere vastissime, una cucina e una stalla, ma ciò bastava perchè Giacobbe, e tutti quelli del paese, la chiamassero palazzo.
— Ecco questo, ecco quell'altro, — diceva Giacobbe, additando ogni buco; ed il suo viso liscio, senza sopracciglia, ridiventava gioviale.
— Prendetevi mia sorella per moglie, — ripeteva. — Questa casa sarà sua...
— Tu mi deridi, — rispose il pescatore; — perchè sono povero tu mi deridi.
Egli camminava timidamente sul pavimento di legno; Giacobbe invece batteva il tacco ferrato, compiacendosi a destar l'eco nelle grandi stanze vuote, odorose di calce fresca.
Un momento i due uomini si affacciarono ad una finestra, il cui davanzale di pietra ardeva al sole: e siccome la casa stava in alto, apparve la visione del paesello bruno, come un mucchio di carboni spenti, sotto il velo verde degli alberi; la pianura gialla, le grandi sfingi d'un grigio violaceo dritte sul cielo ardente. La campana della chiesetta suonava, suonava, e nella quiete del meriggio, azzurro e ardente come fiamma, quel suono saltellante, fra di pietra e di metallo, pareva venir da lontano da lontano, dal cuore di quelle sfingi, ove un gigante spaccapietre lavorasse annoiato e sonnolento.
— Perchè dunque non volete sposare mia sorella? — riprese Giacobbe, affacciato goffamente al davanzale. — Questa casa sarà sua, questa sarà la camera da dormire; qui, in questa finestra, vi potrete affacciare, uccellino di primavera, potrete fumare la pipa...
— Io non fumo. Lasciami in pace, — disse Isidoro con impazienza, poichè le parole del servo cominciavano a fargli male.