— Il mio bene, il mio bene, — si lamentò Giovanna, nascondendo il viso fra le mani. — Il mio bene è finito, è finito, è finito.

— Avete figli? — le chiese Paolo.

— Sì, uno. E se non ci fosse lui guai. Guai! Se Costantino verrà condannato e il bimbo non ci fosse, guai! guai! — E si ficcava le dita entro i capelli, al di sopra della fronte, e scuoteva la testa come una pazza.

— Tu ti ammazzeresti, cuor mio? — chiese la madre con ironia. Lo studente credette vedere qualche cosa di finto nel moto di Giovanna: la rassomigliò ad una famosa attrice, in una commedia francese, e parole scettiche gli uscirono dalle labbra, davanti al dolore della giovine donna.

— Ecco, — egli disse, — del resto ora è approvata la legge sul divorzio: ogni donna che ha il marito condannato può tornar libera.

Giovanna non parve neppure capire quelle parole, e continuò a scuoter la testa fra le mani; zia Porredda disse convinta:

— Sì, un corno! Neppure Dio può disfare un matrimonio!

Zio Efes Maria osservò, un po' beffardo:

— Già! L'ho letto sul giornale. Questo divorzio ora! Lo faranno in continente, dove, del resto, uomini e donne si maritano molte volte, senza bisogno di prete e di sindaco; ma qui, oibò!...

— No, babbo Porru, non è in continente, è in Turchia, — osservò Grazia.