Tarantula 'e panza pinta,
Chi fattesit fiza istrinta,
Fiza istrinta fattesit,
Una pro monte nde lassesit;
Una pro monte, una pro bbacu,
Mòlthu m'àsa e mòlthu t'àpo[9].
Intanto il gruppo s'era avvicinato al rialzo; i due uomini, che erano armati di zappe, cominciarono a scavare un fosso, e Isidoro rimase vicino a Giacobbe, fra le donne che cantavano e il cieco che suonava.
Giacobbe taceva e guardava l'opera dei due amici: Isidoro invece fissava il malato; gli sembrava un altro, tanto era cambiato, col viso rosso, infiammato, solcato da una espressione di sofferenza nervosa, e i piccoli occhi, già così furbi, sotto le sopracciglia nude, velati da una puerile paura della morte. Finito l'ultimo verso, le donne ricominciavano dal primo, e il suono della strana cetra ripigliava il motivo stridente e monotono, che assomigliava al ronzio di molte api volanti.
Aliti di vento gelato venivano dal lucido occidente, passando come lame taglienti sul volto delle persone radunate sul rialzo: il cielo era d'un azzurro violaceo, ma calava e stendevasi verdognolo come un lago dove il sole era scomparso. Una tristezza immensa riluceva nel freddo crepuscolo, sull'altipiano già nero, sul paesello nero, su quel gruppo di persone nere che compievano un rito superstizioso con fede da selvaggi idolatri[10].
I due uomini scavarono il fosso con alacre ardore; la terra veniva su nera, mista d'immondezze fracide, di cocci, di stracci: i due scavatori se la rigettavano sui piedi, sulle gambe; salivano sul mucchio, si curvavano sempre più, ansavano, sudavano, mentre le donne cantavano e il cieco suonava.