Scavato il fosso, Isidoro e zia Anna-Rosa, la cui boccuccia non cessava di aprirsi rotonda per emettere quel sottile e dolente canto di grillo, aiutarono il malato a togliersi il cappotto; poi lo presero per mano e lo condussero vicino al fosso. Egli vi saltò dentro d'un colpo. Spingendola con le mani, i due scavatori rimisero la terra entro il fosso, e Giacobbe rimase sotterrato con la testa in fuori.
Allora, intorno a quella testa, che pareva spiccata da un corpo e deposta per terra, su quel rialzo di immondezze, dove le erbe tremavano al vento come pervase da un brivido di angoscia, sotto il cielo immensamente triste, accadde una scena indescrivibile. In un attimo, mentre uno degli scavatori s'asciugava la fronte passandovi il braccio, e l'altro batteva le mani per togliere la terra che vi era appiccicata, le donne si disposero in cerchio attorno alla testa di Giacobbe, e fecero un giro di danza cantando sempre il loro scongiuro. Il cieco suonava, pallido, impassibile, con gli occhi bianchi rivolti ad un vuoto orizzonte. Tutto ciò durò cinque minuti, dopo i quali le donne cessarono di ballare, disfecero il cerchio, ma continuarono a cantare. I due uomini e Isidoro si gettarono per terra, e con le zappe e con le mani, in pochissimo tempo, dissotterrarono Giacobbe. Egli risorse, con le vesti piene di terra, il collo e il viso pavonazzi. Era tutto sudato e disse che gli era parso di soffocare. Si scosse tutto e introdusse un braccio, poi l'altro, nelle maniche del cappotto pórtogli dalla sorella.
— Ebbene, tu non morrai, uccellino di primavera! — gli diceva Isidoro, scherzando. Ma l'altro rimaneva cupo: il vento freddo gli aveva gelato il sudore, ed ora il suo viso s'era fatto pallido e i denti gli battevano forte. S'avviarono alla casa di zia Anna-Rosa, e Isidoro, che aveva completamente scordato la sua cena, seguì la strana compagnia.
— L'hai tu uccisa? — chiese al malato, ricordandosi che chi uccide la tarantola col dito anulare conserva la virtù di guarirne il morso col solo tocco dello stesso dito.
— No, — disse Giacobbe. Poi, fra il suono della cetra ed il canto delle donne, con poche parole incisive raccontò la sua disgrazia. — Io dormivo. Sento una puntura, come di vespa. Mi sveglio sudato. Ah, mi aveva punto; mi aveva punto la tarantola vile! La vidi io con questi occhi; ma era sul muro, già lontana. Ah, che il diavolo ti morda, mala femmina! E son tornato. Sentite, io ho paura di morire. È da tanto tempo che ho paura di morire.
— Noi morremo tutti, quando sarà giunta l'ora, — disse gravemente Isidoro.
— Sì, morremo tutti, — confermò uno degli amici. Ma ciò non confortò Giacobbe Dejas.
— Ho le gambe spezzate, — diceva egli, lamentoso. — E la schiena? Ah, la mia schiena pare sia stata colpita con la scure. Io morrò, io morrò...
La gente usciva sulle strade per vedere il gruppo, ma tutti guardavano in silenzio, come se passasse un funerale, e nessuno seguiva. Gli occhi di Giacobbe si velavano: ad un tratto egli barcollò e s'appoggiò ad Isidoro.
Le donne marciavano, trottavano come puledre; il canto melanconico saliva, spandevasi, dileguavasi come fumo nel freddo silenzio della sera, intorno al suono stridente della cetra, che aveva gemiti di bestiolina ferita abbandonata in una macchia.