— Ah, ritornare là, nella piccola casetta; trovare Giovanna, il bambino, il passato!

— Non c'è più nulla, — disse a voce alta. — È passato il vento ed ha portato via tutto. Tutto... Tutto... Tutto... — Sul confine del campo di frumento si sedette soffocato dal dolore. Ecco cosa era. Il grande dolore era andato via, sì, da tempo, ma pareva si fosse nascosto sotto terra e camminasse là dentro, seguendo Costantino. Per lungo tempo egli non vedeva il mostro nascosto, ma v'erano poi certi momenti nei quali il mostro balzava su, squarciando il suolo col suo capo potente, e divertivasi a slanciarsi sulla vittima, azzannandogli la gola, spremendogli il cuore, soffocandolo. Poi tornava a nascondersi. Seduto sul confine del campo di frumento, Costantino trasse dalla sua piccola bisaccia una zucca secca piena di vino, e bevette arrovesciando il capo. La rimise e guardò il campo. Pareva d'essere sulla riva d'un lago, sul cui smeraldo dorato galleggiassero le macchie di sangue dei papaveri.

Poco dopo il reduce riprese il suo viaggio, e sembrava rasserenato, ma non camminava più con l'ardore di prima. Arrivare quel giorno, arrivare l'indomani valeva lo stesso, tanto non aveva nessuno che l'attendesse. E va, e va, le prime ombre della sera lo avvolsero mentre finiva di percorrere il fondo della valle. I grilli pareva segassero l'erba con piccole seghe di argento, i profumi dei fiori e dei cespugli gravavano tiepidi nell'aria; la brezza s'era spenta, gli uccelli tacevano, e solo i triangoli neri dei pipistrelli solcavano la cenere luminosa del crepuscolo.

Oh, la divina tristezza delle sere di primavera, che rattrista anche le anime felici! Non è forse essa la nostalgia atavica del paradiso terrestre, dei fiori e delle erbe e del tepore fragrante d'un'eterna primavera, per cui l'uomo fu creato e che egli ha perduta in eterno?

Costantino camminava e camminava; dopo lunghi anni di brutale oppressione, passati tra mura infette, fra uomini corrotti, in un cerchio ove l'aria stessa era imprigionata, egli attraversava lo spazio libero, calpestava l'erba, le pietre, ed a misura che saliva le montagne sorgenti dalla valle vedeva spalancarglisi più e più l'orizzonte, ed il cielo incurvarsi infinito e dolce come la libertà stessa; eppure giammai, nel carcere, aveva provato il senso profondo di tristezza che lo invadeva col cader delle ombre da quel libero cielo. Egli andava, ma perchè andava? dove andava? Era stato allegro al principio del viaggio, gli era parso di andare verso qualche posto ove avrebbe trovato delle cose liete. Ora si meravigliava di tutto ciò. Gli pareva, nell'incertezza del crepuscolo che velava le lontananze, che il suo viaggio fosse inutile, vano. Egli camminava invano: non aveva più patria, nè casa, nè famiglia; egli non sarebbe arrivato mai, mai a nessun posto. E gli sembrava di essere smarrito in un deserto infinito e cinereo come il cielo disteso sul suo capo, e dove le stelle che si accendevano sembravano fuochi di viandanti solitari, ignoti gli uni agli altri, smarriti come lui nella vana libertà del deserto.

Con tutto ciò egli non si rattristava pensando direttamente a Giovanna, alla felicità perduta per sempre, alle disgrazie che un ingiusto destino gli aveva mandato; queste tristezze gli avevano già tanto macerato l'anima ed il corpo che formavano il fondo stesso del suo essere, tanto che gli pareva di averle dimenticate, come si dimentica la veste che si ha addosso; ma ora lo rattristavano certi ricordi lontani, di cose materiali che aveva lasciato e che non ritroverebbe più.

Ricordava con intensità lo spiazzo davanti la casa di Giovanna, le pietre del muricciuolo dove si sedevano assieme nelle sere d'estate, e sopratutto ricordava il letto alto ed ampio dove riposava, vicino a lei, dopo la giornata faticosa. Ecco, gli sembrava di ritornare, stanco, dopo una di quelle lontane giornate. Ma ora non aveva più dove andare a riposarsi.

Sì, con tutta la tristezza struggente e indefinibile come le fragranze selvaggie delle brughiere che attraversava, si sentiva stanco ed aveva fame.

Giunto sull'alto d'una china sedette e aprì la bisaccia.

La notte era completamente scesa, ma chiara e diafana; sull'oriente, fra i monti che nascondevano il mare, dilagava l'alba lucida della luna; la via lattea varcava il cielo a guisa di una immensa strada bianca e deserta, l'occidente conservava un chiarore incerto di mare lontano.