— Sono passato di là, venendo qui. Non volevo passarci, ma mi sono trovato là senza accorgermi. Come, come posso rimaner qui?... ditelo... voi!

E si strinse le tempia con una mano, scuotendo disperatamente il capo. Poi si gittò per terra e si contorse e pianse con urli soffocati d'una violenza indescrivibile, come un toro preso al laccio e marcato col ferro rovente.

Il pescatore impallidì alquanto; ma non disse parola per calmare quell'uragano di dolore. Ah, finalmente riconosceva il suo Costantino!

XVI.

Appena si sparse la voce del ritorno di Costantino, la catapecchia del pescatore si riempì di gente, e tutto il giorno fu un andirivieni di amici, di parenti, di persone che prima non avevano mai scambiato parola col poveretto, ed ora venivano, lo abbracciavano, gli offrivano la loro casa. Le donne piangevano, lo chiamavano «figlio mio», lo guardavano con occhi pietosi. Una vicina mandò pane e salsiccie.

Ebbene, tutte queste dimostrazioni di stima e di pietà stizzivano il giovane. Diceva ad Isidoro:

— Perchè hanno compassione di me? Cacciateli via: andiamo in campagna.

— Andremo, andremo, figlio di Dio, abbi pazienza, — rispondeva l'altro, curvo sul focolare a cuocer le salsiccie. — Ah, come sei diventato cattivo! Possibile?

Ecco, dopo lo scoppio di dolore avvenuto all'alba, zio Isidoro non aveva più soggezione di Costantino, anzi cominciava a prendersi delle libertà, sgridandolo come un bambino. Nei pochi momenti in cui restavano soli, cominciava e ricominciava a narrare i fatti: Costantino ascoltava avidamente, e si seccava quando la gente veniva ad interrompere il racconto.

Venne anche il sindaco, che era ancora quel pastore dal viso di Napoleone I. Questa visita, veramente, commosse Costantino.