Riaprì gli occhi e sputò davvero, tanto era il disprezzo che in quel momento sentiva per Giovanna. Eppure, contemporaneamente, ricordi teneri e lontani gli passarono per la mente. Ricordò un bacio che aveva dato a sua moglie, un giorno, mentre ella dormiva: ed ella aveva aperto gli occhi, un po' spaventata, ed aveva detto: Credevo fosse un altro!

Ebbene, che sciocchezze andava egli ricordandosi? Era uno stupido, null'altro che uno stupido. D'altronde sapeva egli se Giovanna, caso mai egli andasse da lei, lo accogliesse o lo respingesse?

Ecco, egli non era un uomo evoluto, un'anima civile; ma in quel momento egli pensò e sentì come il più intelligente degli uomini. Desiderò che ella non lo accogliesse. Sentì che egli doveva vivere e soffrire ancora, ma che, se egli andava ed ella non lo accoglieva, forse un raggio di luce sarebbe ancora sceso nel vuoto gelido che lo circondava. Eppure egli la voleva, la desiderava ancora: dal giorno che gli era mancata, tutto il suo essere dolorava come un membro che siasi storto e spasimi, ma che viva e debba vivere ancora; però nel suo desiderio soffiava qualche cosa di spirituale, l'istinto dell'anima immortale che non si spegne neppure negli uomini più degradati. Egli sognava ancora una Giovanna onesta, perduta per sempre in questa vita terrena, ma riservata a lui nella vita eterna. Ora se ella tradiva anche il secondo marito, sia pure col primo, non era onesta. Così pensava Costantino, eppure...

Potevano esser le dieci ed egli stava da circa mezz'ora sdraiato sulla panchetta, quando un suono melanconico passò per l'aria. Era il giovine cieco che in lontananza suonava l'organetto, accompagnando una voce sonora ma monotona e triste come il canto d'un morto svegliatosi nella notte. Una nostalgia sovrumana, come quella che appunto devono provare i morti ricordando le poche ore felici della loro vita, piangeva nel canto e nel suono: sopratutto nel suono che ansava e gemeva e chiedeva la luce, la gioia, la felicità, le cose tutte che il cieco intravede e non giungerà mai a vedere, che il morto ha lasciato e non ritroverà giammai.

Costantino rabbrividì e si alzò.

Il canto ed il suono passarono, dileguarono lontani, più lontani ancora, cessarono.

Costantino sentì un'onda di tenerezza e di angoscia coprirgli il cuore. Nel buio, nel silenzio infinito e nella solitudine immensa che lo circondavano, sentì il bisogno prepotente del cieco che vuole la luce; la nostalgia del morto che ricorda la vita. E s'avviò.

Sul principio gli parve di camminare in sogno, sebbene udisse distintamente sotto i piedi il crepitìo delle foglie secche e della stoppia che il vento aveva adunato intorno alla casetta di Isidoro. Fregandosi le palpebre gli sembrò scorgere piccoli cerchi violetti, elettrici, volteggiare e svanire nell'aria; ma subito dopo gli occhi abituati al buio videro la linea chiara dello stradale, le casette nere, lo sfondo vuoto dell'orizzonte, ove le stelle oscillavano come goccie d'oro pronte a cadere. Avviandosi per lo stradale egli sapeva già dove precisamente voleva andare, e non esitò un momento solo.

Qua e là, sulle soglie delle casette dove la povertà non permetteva s'accendesse il lume, stavano gruppi di persone sedute a godersi il fresco. Qualche voce stridula di donna fendeva il silenzio, narrando piccole storie, pettegolezzi, miserie. In un angolo deserto Costantino scorse due figure d'innamorati; all'udire dei passi l'uomo cercò nasconder la donna, e questa volse la faccia verso il muro.

Costantino passò oltre, ma fatti una trentina di passi si volse e per spaventare i due giovani fu per gridare: