Il pubblico ministero dai baffi dritti conservava la sua aria insolente; qualche giurato credeva di far molto mostrando un viso paziente; gli altri, a giudicarli bene, si capiva che neppure ascoltavano. Soltanto zia Bachisia e Giovanna e l'accusato ponevano mente alla replica della difesa, e più l'avvocato parlava più si sentivano perduti.
Qualche altra persona giungeva, ponendosi dietro Giovanna, che ogni tanto volgevasi vivacemente per vedere se Paolo veniva. Non sapeva perchè, ma lo aspettava ansiosamente, quasi la presenza dello studente potesse giovare all'accusato.
Quando l'avvocato tacque, Costantino balzò in piedi, si fece rosso e chiese di parlare.
— Ecco..., ecco... — disse con voce incerta, additando il difensore, — il signor avvocato ha parlato... mi ha difeso... ed io lo ringrazio; ma non ha parlato come volevo io... non ha detto, ecco, non ha detto...
Si fermò anelante.
Il presidente disse:
— Aggiungete pure alla vostra difesa tutto ciò che credete.
L'accusato rimase pensieroso ad occhi bassi, rifacendosi pallido: poi si passò la mano un po' convulsa sulla fronte, quasi graffiandosi, e sollevò il capo.
— Ecco, — cominciò a voce bassa, — io, io,... — Non potè proseguire; strinse il pugno, si volse inviperito verso l'avvocato e gridò con voce tonante:
— Ma lo dica dunque che sono innocente, che sono innocente io!