L'altro cominciò a guardar Giovanna con curiosità; poi tutti e tre i giovani amici si avvicinarono alle Era, e Paolo chiese se il dibattimento era finito.
Uno dei preti chiese:
— È quello che ha ucciso lo zio?
L'altro continuava a guardar Giovanna che andava calmandosi.
— Egli non ha ammazzato nessuno! — disse fieramente zia Bachisia, — Assassini sarete voi, corvi neri.
— Se noi siamo corvi, voi siete una strega, — rispose il giovine prete.
E qualcuno dei presenti rise.
Intanto Giovanna, che alle esortazioni di Paolo s'era calmata, promise di non far scene se la lasciavano rientrare nella sala. Rientrarono tutti assieme; mentre i giurati riprendevano i loro posti, dopo breve deliberazione.
Un silenzio profondo gravò sulla sala calda e cupa: Giovanna udì una mosca ronzare intorno ad un ferro della finestra; poi le parve che tutte le sue membra s'appesantissero, che lungo il corpo, lungo le gambe, lungo le braccia le si infilzassero delle spranghe di ferro gelido.
Il presidente lesse la sentenza con voce bassa e indifferente, mentre l'accusato lo guardava fisso, col respiro sospeso. Giovanna udiva sempre il ronzar della mosca, e provava un impeto d'odio verso quell'uomo roseo dalla barba bianca, non per ciò che leggeva, ma perchè leggeva con voce bassa ed indifferente. E quella voce bassa e indifferente condannava a ventisette anni di reclusione l'omicida che aveva premeditato lungamente il delitto e lo aveva compiuto sulla persona d'uno zio carnale suo tutore.