— Quella è Procida...
Egli rabbrividì di freddo, e si domandò se lo conducevano a Procida, sembrandogli d'aver sentito dire che colà vi era la galera. Anche il compagno si svegliò, rabbrividì, sbadigliò lungamente.
— Siamo giunti? — domandò Costantino. — Come stai?
— Non c'è male! Siamo giunti?
— Non so: siamo vicini a Procida: c'è la galera là?
— No. È a Nisida. Ma noi non siamo galeotti! — disse l'altro con fierezza: poi tornò a sbadigliare.
— Oh, cosa sognavo... — aggiunse, ma non proseguì raccogliendosi nel ricordo del sogno; e Costantino non parlò oltre.
I condannati vennero sbarcati a Napoli, e chiusi subito in un carrozzone nero e giallo che sembrava un sepolcro ambulante.
Costantino ebbe appena la visione di un gran tratto d'acqua ferma, verde, ombreggiata da enormi piroscafi, con barche piene di uomini luridi che gridavano cose incomprensibili; intorno alle barche, sull'acqua verde, galleggiavano erbaggi, scorze di arancia, carte, immondezze. Edifizi immensi si delineavano su un cielo profondamente azzurro.
A Napoli i condannati furono separati: Costantino fu condotto al reclusorio di X. e non rivide più il suo triste compagno di viaggio dal viso giallo e sottile.