Giunto al suo destino, il condannato fu messo in cella, dovendo scontare sei mesi di segregazione. La cella misurava appena due metri di lunghezza e sei palmi di larghezza: ci stava appena uno strano lettuccio piegabile, che di giorno veniva chiuso e fermato alla parete. Dal finestrino scorgevasi soltanto il cielo.

Fu il tempo più triste della condanna di Costantino. Egli restava ore ed ore immobile, seduto, con le gambe accavalcate, le mani intrecciate intorno al ginocchio; ma, cosa singolare, non disperava mai, non si ribellava mai. Era convinto di espiare il «peccato mortale», come egli lo chiamava, di aver vissuto a lungo con una donna senza sposarla religiosamente. Sentiva sempre in fondo al cuore la certezza che un giorno o l'altro, finita l'espiazione del peccato, risulterebbe la sua innocenza e verrebbe liberato.

Intanto, se non disperava, soffriva: e contava i giorni, le ore, i minuti, nella continua e snervante attesa di un cambiamento di cose che non arrivava mai, preso da una nostalgia accorata che lo istupidiva. E giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto, viveva col pensiero vicino a Giovanna ed al bambino, ricordando con precisione profonda tutti i più minuti particolari della casa, della vita passata, delle gioie vissute. E oltre che del suo dolore soffriva per il dolore di Giovanna. Impeti di tenerezza per lei, più che per il bimbo, lo scuotevano dalla sua immobilità pensosa: allora balzava in piedi, camminava a grandi passi, e siccome questi passi erano due o tre, si fermava di botto, appoggiava e sfregava forte la testa sul muro, quasi volendolo abbattere. Erano i suoi momenti più disperati.

Poi tornava a sperare, a intrecciar nella mente sogni fantastici di liberazioni romanzesche, subitanee. Ogni volta che il guardiano entrava, Costantino si sentiva battere il cuore, aspettando la lieta novella.

Qualche volta giocava da sè alla morra, dandosi il gusto di perdere o di vincere; e dopo rideva fra sè, come un bambino: altre volte contemplava a lungo la palma della mano aperta, figurandola una grande pianura divisa in tancas[2] coi muri, i fiumi, gli alberi, gli armenti, i pastori, ai quali creava una vita di avventure emozionanti.

E poi pregava, contando sulle dita, e cantava le laudi a voce alta, provandosi anche ad improvvisare dei versi religiosi.

Così compose una lauda di quattro strofe dedicata a San Costantino, dove specialmente raccomandava al santo i condannati innocenti. Il ritornello infatti diceva:

Santu Costantinu pregade,

Pro su condannadu innocente.

La composizione di questa lauda lo occupò completamente per molti giorni, rendendolo quasi felice: e quando la ebbe finita ne provò una gioia profonda. Subito sentì il bisogno di far sapere a qualcuno che aveva composta una lauda. Ma a chi dirlo? Il guardiano, un piccolo uomo napoletano, calvo, sbarbato, con un naso schiacciato e all'insù, che pareva il naso d'uno scheletro, qualche volta parlava col condannato, ma non era in grado di capir la lauda.