Nell'ora di aria era proibito assolutamente al condannato in segregazione di rivolgere la parola ai compagni. Allora egli chiese di confessarsi, per poter recitare la lauda al confessore. Il confessore, cioè il cappellano dello stabilimento, era giovine e intelligente; un settentrionale dai movimenti rapidi; alto, scarno, svolazzante, con vivissimi occhi neri. Ascoltò pazientemente Costantino, si fece tradurre la lauda; poi gli chiese se, volendosi confessare per poter recitare quei versi, non avesse peccato di vanità. Costantino arrossì e disse di no. Il confessore sorrise benevolmente, lo confortò, lodò i versi, e lo mandò via assolutamente beato.

Dopo pochi giorni il condannato chiese nuovamente di confessarsi.

— Ebbene, avete composto un'altra lauda? — chiese benevolmente il cappellano.

— No, — disse il condannato, con gli occhi bassi. — Ma vengo a chiederle una grazia.

— Qual grazia? Sentiamo.

Costantino rimase un momento col respiro sospeso, pauroso di quanto stava per chiedere; poi disse rapidamente:

— Ecco. Mandare la lauda al mio paese.

— Ah, — disse il cappellano. — Io non posso far ciò. D'altronde come potreste voi scrivere la lauda?

— Oh, io so scrivere! — esclamò il condannato, sollevando i limpidi occhi.

— Sì, ma non dico questo, fratello mio. A voi non è permesso di scrivere.