Costantino seguiva quasi ansioso l'opera del vecchio ladro, che staccava dalle pietre piatte, su cui poggiavano, i piccoli alveari di sughero, li riuniva, li legava con una corda, li metteva in un sacco e li portava fuori del recinto... Qui Costantino non sapeva come il ladro avrebbe fatto, e mentre fantasticava intensamente, ecco, udiva una strana voce nasale, stridula, pronunziare nel cortile:

— Cos-tan-tì! Cos-tan-tì!

Egli si svegliava allora dal suo sogno, tornava alla realtà: la gazza saltellava lentamente nel cortile, grassa, tonda, starnazzando le ali azzurre.

Di notte il condannato metteva la lettera sotto il capo e riprendeva il filo dei suoi sogni. E udiva la voce sonora del suo amico pescatore cantare le laudi e qualche volta pensava se davvero Isidoro non avesse visto in riva al fiume, fra gli oleandri curvati sotto il dolce peso dei mazzi di fiori rosei, la figura di un vecchio vestito di bianco, con la lunga barba candida come la lana d'un agnellino appena nato.

Ah, era il Santo Protettore, il buon San Costantino (che egli figuravasi vecchio e candido come un patriarca, sebbene la statua del Santo nella chiesa del paesello rappresentasse un guerriero dal volto nero) che appariva a Isidoro per dirgli che pensava ai condannati innocenti. E il vecchio Santo gli avrebbe presto concesso la libertà. Ah, San Costantino bello, che voi siate benedetto!

Poi il quadro cambiava. Era il portico dei ricchi Dejas, dove si ordiva la lana filata, riducendola a lunghe matasse pronte ad esser tessute. Giovanna andava e veniva col gomitolo enorme fra le mani. E c'era Brontu seduto sul limitare della porta di cucina, a gambe aperte, e fra queste gambe stava ritto, mal fermo, ridente, il piccolo Malthineddu. Ah, ciò era orribile! Ma subito Costantino ricordava che Brontu non stava mai in paese nei giorni di lavoro, e si svegliava di soprassalto col cuore nuotante in un sentimento confuso di dolore e di gioia.

VII.

Ritornò l'estate.

— Come passa presto il tempo, — diceva zia Martina, filando sotto il portico. — Pare ieri che tu, Giacobbe, sia entrato al nostro servizio, ed eccoti lì che ritorni per rifare il contratto. Ah, come passa il tempo per noi poveri padroni! Tu hai messo a parte trenta scudi d'argento e cominci a fabbricarti una casa. Ed a noi che resta?

— Che una palla vi trapassi il fuso! Sapete parlar bene, voi. E il mio sudore, uccellino di primavera, il mio sudore conta niente? — rispose il servo, che ungeva col sevo una corda di cuojo.