— Va al diavolo! — pensava Costantino, sbadigliando. E a voce alta, guardandosi attorno per il cortile asciutto, dove zampillava una fontana: — E la gazza, oggi? — chiedeva. Accennava ad una gazza addomesticata che viveva nello stabilimento, rimpinzata di cibo dai condannati, grassa e sonnolenta, che quando aveva fame chiamava a nome, con una strana voce nasale, certi condannati.

— Ebbene, sarà crepata! — disse il re di picche. — Che ti può importare di un uccello? Sei come i bambini, Costantino; tu non puoi capire l'importanza che avrà l'opera del Delegato. Indirettamente io ho avuto una magnam parte in queste sue scoperte, giacchè sono io che l'ho messo in corrispondenza col Collo d'anitra. Un sunto dell'opera siamo riusciti a mandarlo fuori, ed abbiamo scritto al primo ministro del Re d'Italia. Tu però sta zitto, sai! Vi è stato un grande scienziato che dopo aver letto il sunto disse: «È la più alta manifestazione del genio italiano». Credi pure, Costantino, caro compatriota, il Delegato è assorto ad altezze vertiginose. Egli ha amici potenti che si sono recati a Roma appositamente per ottenergli la grazia, ma anche nemici potentissimi. Però la sua opera gli otterrà presto la libertà.

I discorsi del compagno annoiavano Costantino, ma egli fingeva ascoltare il re di picche per tenerselo buono, giacchè aspettava la risposta di una lettera mandata a Giovanna.

Questa risposta giunse in maggio e riempì di gioia il condannato. Giovanna scriveva che il bambino era stato un po' ammalato, forse perchè gli affanni sofferti le avevano guastato il latte: ma ora stava bene. Isidoro Pane aveva ricevuto le laudi a San Costantino, scritte col sangue, e aveva pianto, ed ora le cantava in chiesa, accompagnato da tutto il popolo. Non si sapeva di chi fossero i versi, e Isidoro diceva di averli avuti da un vecchio con una lunga barba candida, vestito di bianco, che gli era apparso un giorno in riva al fiume. Si credeva fosse San Costantino, oppure Gesù Cristo in persona.

E Giacobbe Dejas aveva preso servizio presso i suoi ricchi parenti; e l'avvocato di Nuoro aveva espropriato la casetta del condannato, lasciandovi le donne per un piccolo fitto. I ricchi Dejas davano spesso del lavoro a zia Bachisia ed anche a lei, Giovanna, e così esse andavano avanti. Era morto di carbonchio Pietro Punia: s'era sposata Annicca detta Spalle d'argento, avevano arrestato un vecchio pastore per un furto di alveari.

Quasi tutta la lettera di Giovanna era piena di queste piccole notizie, che riempirono di soddisfazione, di piacere e d'interesse l'anima di Costantino. Gli parve respirare l'aria del suo paese; rivedere le pietre, le macchie selvaggie, le persone, le cose a cui il suo cuore era attaccato tenacemente.

Soltanto gli dispiacque che Giovanna andasse a lavorare dai Dejas; egli sapeva della passione di Brontu, della domanda respinta, ed ebbe un primo indefinito senso di timore. Giovanna gli mandava tre lire entro la lettera, ed egli, pensando che forse quel denaro proveniva da casa Dejas, lo toccò con disgusto. Poi offerse due lire al re di picche, e credeva che il compatriota li rifiutasse; ma il compatriota le prese, dicendo che servivano per la persona che s'incaricava della corrispondenza clandestina.

In un altro momento Costantino si sarebbe arrabbiato; ma in quell'ora egli sentiva un tal bisogno di scrivere a Giovanna, di corrispondere col suo piccolo mondo lontano, che avrebbe dato metà della vita purchè il re di picche lo favorisse.

Lesse e rilesse la lettera fino ad apprenderla tutta a memoria: di giorno la teneva nascosta nella suola della sua scarpa che di notte scuciva e ricuciva: e mentre lavorava taciturno, pensava continuamente alle vicende e alle persone del paesello lontano.

Talvolta s'immedesimava tanto nei suoi pensieri che dimenticava la realtà. Vedeva il vecchio pastore introdursi nel recinto degli alveari, cauto, col viso e le mani coperte di stracci. Il luogo era deserto, soleggiato. Campi verdi, costellati di fiori, di rose canine, di succhia miele, di pisello odoroso, si stendevano intorno a perdita d'occhio. E nel gran silenzio, tra i profumi fortissimi e irritanti dei puleggi selvaggi e delle erbe aromatiche, le api ronzavano.