— Cosa facciamo? — gridò il servo. L'altro sollevò gli occhi senza alzare il capo, guardò con curiosità il servo, e non rispose.

Giacobbe gli si sedette vicino, per terra, a gambe incrociate, e cominciò a guardare il lavoro di Isidoro, il quale accomodava la rete con dello spago infilato ad un grosso ago un po' arrugginito.

— In mia coscienza, — disse ridendo Giacobbe, — qui i pesciolini entreranno ed usciranno a loro piacere.

— Lasciali entrare ed uscire a loro piacere, uccellino di primavera, — rispose il pescatore, imitando il modo di dire di Giacobbe. — Perchè stai in paese? Sei fuori di servizio?

— Ohibò! Ho ripreso servizio presso quelle piattole dei miei ricchi parenti. Ho da parlarvi di cose serie, zio Sidore; ma prima, ditemi, come vanno le vostre gambe? È da molto tempo che non v'è apparso San Costantino in riva al fiume?

Il vecchio aggrottò le sopracciglia, perchè non amava si parlasse con irriverenza delle cose sacre, e disse a voce bassa:

— Se sei venuto per chiedermi ciò, puoi bravamente andartene.

— Ebbene, non offendetevi. Ecco, vi dirò ora perchè son venuto...: sì, è un affare importante. Del resto, se sto diventando pagano lo devo al piccolo padrone che parla male dei santi. Salvo poi ad aver paura in punto di morte. Ah, sentite, l'altra notte abbiamo veduto una stella muoversi, calar giù per il cielo, dritta come un fuso d'oro, con una lunga coda: pareva scender sulla terra. E Brontu si gettò faccia a terra gridando: «Se questa è la nostra ultima notte, abbi misericordia di noi, Signore!» E rimaneva per terra. Sulla mia coscienza[4], volevo dargli un calcio.

— E tu non avevi paura?

— Io no, uccellino di primavera! Ho visto subito sparire la stella.