— Povero Costantino, povero agnello, cosa hanno fatto di te? — continuava l'altro, senza dare ascolto a Giacobbe.

Allora costui si adirò, e alzò la voce, che vibrò in quel gran silenzio rosso, nella solitudine protetta dai fichi e dalle siepi selvatiche.

— Gli hanno fatto un corno! Perchè non mi date ascolto, vecchia immondezza? Bisogna andar là, subito. La giovine è allegra, è rossa, e alla prima proposta cade come una mela matura; ma non è cattiva di cuore e se voi la predisponete bene, se le fate intendere il suo dovere, forse si eviterà ogni guaio. Andate, che andiate alla forca! muovetevi, fate miracoli se è vero che siete un santo come dicono gli scimuniti.

— Ah! Ah! Ah! — esclamò tre volte il vecchio, e si alzò in piedi. La sua alta figura, recinta di stracci eppur maestosa, si delineò nell'aria rossa, in quello sfondo di erbe selvatiche, di orizzonte solitario, come quella d'un vecchio eremita.

— Andrò, andrò! — disse sospirando. E Giacobbe si sentì cadere un peso dal cuore.

Allora i due uomini cominciarono la loro opera misericordiosa verso il condannato lontano; ma avevano da lottare contro tre forze unite e attive e contro la passività di Giovanna. Le tre forze erano: la passione bruta di Brontu, l'avidità di zia Bachisia, il calcolo di zia Martina. Poichè costei non vedeva di malocchio il progetto del figlio: Giovanna era povera, ma sana, frugale, senza pretese, e lavorava come una bestia; una donna benestante avrebbe recato il disordine e la dissipazione in casa, e le nozze avrebbero portato ingenti spese, mentre Giovanna la si sposava quasi segretamente e veniva in casa come una schiava gratis. Furba zia Martina!

Il tempo continuò la sua corsa, sul villaggio di schisto, sulle montagne desolate, sull'altipiano giallognolo come un deserto: e venne l'autunno, talvolta tiepido e melanconico, quando il mare fumava all'orizzonte e le nuvole gonfie e scure come enormi ragni passavano sul cielo latteo tessendo sottilissimi veli grigi; talvolta lucido, diafano e freddo come un'acqua limpida.

In quelle sere, quando sul cristallo del cielo, ad oriente, spiccava simile ad un'isola in un mare tranquillo qualche lunga nuvola violetta, e il vento portava il profumo dei timi bruciati dai contadini che dissodavano la brughiera per seminare il frumento, Brontu beveva lunghi sorsi d'acquavite per riscaldarsi; e si coricava in fondo alla capanna, e sognava, tutto caldo e beato come un gatto, con gli occhi fissi alla nuvola violetta dell'estremo orizzonte. Fuori, intorno alla capanna, per distese grandissime, le tancas dei Dejas ondulavano deserte al lucido crepuscolo; fra l'oro bruno delle stoppie scoppiava la terra gonfiata dalle pioggie autunnali, e l'erba chiara e i violacei fiori d'autunno esalavano umidi profumi. Stormi di uccelli selvatici, grandi corvi d'un nero metallico, frusciavano volando, sgorgando dai cespugli di assenzio che sembravano tumuli di cenere, nascondendosi nei boschetti di cisto e nelle macchie di corbezzoli dalle foglie lucenti e dalle bacche acerbe di oro pallido.

In una delle tancas due contadini, servi dei Dejas, incendiavano le macchie, dissodando la terra per seminare l'orzo ed il frumento; le fiamme crepitavano, ancor pallide nella luce, diafane come vetro giallo, spinte dal vento; il fumo svaniva, basso e chiaro, carico di odori come fumo d'incenso. Le siepi delle mandrie, secche e spinose, diramavano un ricamo violaceo nell'aria argentea; le greggie s'erano ritirate, e solo qualche cavallo, scuro, col muso a terra, pascolava ancora. Udivasi la voce di Giacobbe dietro la capanna, qualche tintinnìo di campanaccio, l'urlo rauco e lontano di un cane, il grido rauco e lontano di un corvo.

Entro la capanna, disteso su pelli e pannilani caldi, come un beduino, Brontu seguiva il suo invincibile sogno: il liquore ardente gli bolliva entro il petto, inondandogli il cuore d'una dolcezza calda e profonda.