Ah, come l'acquavite piaceva al giovane proprietario! Gli piaceva, più che per il sapore acuto e l'odore selvaggio, per la dolcezza che, dopo bevuta, gli infondeva nel cuore. Guai però a molestarlo in quei momenti: la dolcezza si cambiava in umor verde e amaro come il fiele; non sapeva perchè, ma gli sembrava che i cani, allorquando si pesta loro la coda mentre dormono, debbano provare ciò ch'egli provava se lo molestavano nelle ore di ebbrezza. E si arrabbiava e non vedeva più nulla.
Ah, sì, l'acquavite gli piaceva molto; ed anche il vino gli piaceva, ma non come l'acquavite. Anche il padre di Brontu aveva amato l'ardente liquore: tanto che una volta, dopo averne bevuto assai, era caduto sul fuoco, e in modo tale, Dio ne liberi, che per le bruciature sofferte era morto. Basta, lasciamo questi pensieri melanconici, ora si è più avveduti e non si cade sul fuoco. Eppoi Brontu, per equilibrarsi, aveva anche l'altra passione per Giovanna. Ah, l'acquavite e Giovanna! Le cose più belle, più ardenti, più inebbrianti del mondo. Però Brontu Dejas era timido con Giovanna quanto era ardito con l'acquavite; tremava al solo pensiero di avvicinarla, di parlarle. Nei giorni in cui sapeva che ella lavorava presso zia Martina, egli spasimava dal desiderio di tornare in paese, di vederla in casa sua, di guardarla, ma non osava muoversi dalla tanca. Ma il tempo passava, e il giovine si sentiva divorato dall'attesa e da una inquietitudine profonda; aveva paura che Giovanna, s'egli tardava ancora, lo rifiutasse un'altra volta. Egli voleva dimostrarle la sua premura, dirle che per confortarla avrebbe voluto sposarla subito, appena condannato Costantino. Infine, egli pensava un po' diversamente dagli altri; ma era fatto così e non poteva cambiarsi. In fondo egli era di buon cuore, come tutti gli ubriaconi, e di costumi onestissimi; la sua unica passione, dopo quella per i liquori, fin dall'adolescenza, quando la sua famiglia era venuta ad abitare nella casa nuova, era stata Giovanna. Essa allora aveva quindici anni; era d'una bellezza e d'una freschezza ammirabili. Ogni volta che la vedeva, Brontu arrossiva fin sulle mani, ed ella se ne accorgeva e non si offendeva; ma egli taceva sempre, e quando finalmente s'era deciso a mandar sua madre dalla madre di Giovanna, il posto era preso. In quei tempi Giovanna, fiera ed ardente come una puledra, non sapeva il valore del denaro, e come avrebbe sposato Brontu Dejas soltanto per i suoi bei denti, non avrebbe tradito Costantino neppure per il Vicerè, se in Sardegna vi fosse stato ancora.
Il crepuscolo addensavasi. Il cielo diventava sempre più cristallino, profondo quanto uno specchio, e la nuvola violetta prendeva un color lividognolo, opaco, lunga e squamata come un enorme pesce di bronzo. Le voci degli animali e delle cose si facevano più intense nel grave silenzio dell'ora; ed a Brontu parve sognare, udendo, in quel luogo ed a quell'ora, la voce di zia Bachisia.
— Santu Iuanne Battista meu, — esclamava la voce, rude e dolente nello stesso tempo. — Se non mi sbaglio tu sei Giacobbe Dejas?
— Per servirvi, — tonò alquanto meravigliata la voce del servo. — Chi vi ha fatto piovere da queste parti, uccellino di primavera?
— Ah! Ah! Finalmente! Dove è Brontu Dejas?
Brontu balzò fuori della capanna: gli tremavan le gambe, la testa gli girava, e vide a pena la figura nera di zia Bachisia, che teneva le scarpe in mano e un involto sul capo.
— Zia Bachisia, — cominciò a chiamare, commosso, — sono qui, venite qui, venite, buona sera.
Ella gli si precipitò quasi addosso, — seguita premurosamente dal servo.
— Ah, Brontu Dejas, caro figliuolo, se non sono morta stasera non muoio più. Son tre ore che cammino. Mi sono smarrita. Ho bisogno di parlarti, abbi pazienza.