Poco dopo ella e Brontu partirono. Giacobbe li vide allontanarsi nell'estrema luce della tanca solitaria, via via pel sottile sentiero, dietro i cespugli, dietro le macchie, dietro il fumo della brughiera incendiata. Preso da un impeto di rabbia impotente si strappò dal capo la berretta e la buttò lontana, poi andò a riprenderla, poi bastonò il cane, che cominciò a guaire lamentosamente, riempiendo d'una voce stridula e straziante l'immenso silenzio della sera. L'eco ripeteva quella voce indescrivibile, che sembrava il pianto di un fantasma disperato.
E la notte calò. Giacobbe andò a coricarsi sul giaciglio poco prima lasciato da Brontu; sentì l'odore dell'acquavite, si alzò, cercò il fiaschetto del padrone e bevette. Poi tornò a coricarsi, ed anch'egli sentì qualche cosa bollirgli entro il petto, inondargli il cuore, salirgli gorgogliando al capo, bruciargli le palpebre. L'ira gli cadde dal cuore, ma un sentimento di tristezza lo vinse tutto. Dall'apertura della capanna vedeva il chiarore sanguigno delle macchie bruciate vincere gradatamente l'ultimo barlume azzurro del crepuscolo: fusi assieme i due chiarori assumevano una tinta violacea d'una indescrivibile tristezza. Il cane, di tanto in tanto, guaiva ancora. Ah, che dolore, che dolore! Perchè aveva egli, Giacobbe, bastonato il povero cane? Che gli aveva fatto? Nulla. Ne provava un rimorso acuto, tenero e inconcludente; un rimorso da ubbriaco; e nello stesso tempo il guaire del cane lo irritava, dandogli il desiderio di alzarsi e bastonare ancora la povera bestiola.
Ad un tratto si ricordò di Brontu e di zia Bachisia, che da qualche momento aveva dimenticato, e trasalì tutto. Che sarebbe accaduto quella sera? Avrebbe Giovanna dato il suo consentimento? Ah! Ah! Ah! Uccellino di primavera! Perchè quel cane guaiva ancora? Pareva la voce di un morto. La voce di zio Basilio Ledda, del vecchio avoltoio assassinato. Poh! Poh! I morti non parlano più. Quello era l'urlo d'un cane, null'altro che l'urlo d'un cane.
Giacobbe rise piano piano, fra sè, cominciando ad addormentarsi; le palpebre pesanti gli si chiusero, non videro più quello sfondo violaceo e opaco che gravava come una tenda sull'apertura della capanna. Gli parve che un sacco colmo d'una materia molle ma pesante gli cadesse addosso; non poteva più muoversi, ma quell'immobilità aveva un non so che di dolce e di gradevole. Poi cominciò a far mille sogni confusi: fra le altre cose sognò di esser morto a causa d'un morso di vipera, e la sua anima era entrata nel corpo d'un cane e questo cane, piccolo, scarno, giallo, s'aggirava nella cucina di zia Bachisia in cerca d'ossa. Costantino sedeva accanto al focolare; era vestito di rosso, con una grande catena ai piedi: ad un tratto vide il cane e gli lanciò la catena; la testa dell'animale rimase presa, cerchiata stretta da un anello di ferro, e Giacobbe invaso da terrore si sforzò di parlare per farsi riconoscere. Si svegliò sudato, gridando:
— Uccellino di primavera!
La notte regnava. La tanca deserta, sotto il limpido cielo pieno di grandi stelle gialle, rosseggiava tutta nel chiarore delle macchie incendiate.
Giacobbe stette a lungo senza riprender sonno, voltandosi e rivoltandosi; la piccola sbornia gli era passata lasciandogli la bocca salata e arida. Si alzò e bevette; poi ricordò che la sera prima non aveva mangiato e stette a lungo ritto, pensieroso, sull'apertura della capanna, col viso illuminato dal chiarore dell'incendio.
— Mangiare, non mangiare? — si domandava senza accorgersi della sua domanda. Guardò le stelle. Era vicina la mezzanotte. Che aveva concluso quella piccola bestia del padrone? Giacobbe fu ripreso da un impeto d'ira specialmente contro zia Bachisia che era impudentemente arrivata fin lì per sollecitare il pazzo progetto del giovane proprietario. Giacchè, si capiva bene, il prestito non era che una scusa della vecchia arpia per attirare Brontu, per deciderlo e convincerlo. Ah, era odiosa quella donna. Non aveva coscienza? Non credeva in Dio? A queste domande Giacobbe Dejas si rifece pensieroso: poi tornò a coricarsi chiedendosi se aveva fame e se doveva mangiare.
No. Non aveva fame, nè sete, nè sonno. Non poteva trovar pace nè coricato, nè seduto, nè in piedi; e per distrarsi alquanto cominciò a sbadigliare forzatamente ed a parlare a voce alta dicendo cose inconcludenti. Pensava però ostinatamente a quella cosa. Era orribile, orribile! Maritare una donna già maritata! E se Costantino tornava? Chi sa: tutto nel mondo è possibile. E anche se il condannato non tornava, ebbene, e il figlio? che avrebbe detto il figlio, giunto alla età della ragione, sapendo che sua madre aveva due mariti? Chi aveva fatto quella legge? Ah! Oh! Erano ben stupidi gli uomini della legge! Giacobbe rise in alto; ma dentro, ben dentro il cuore ebbe tutt'altra voglia che di ridere.
Tornò ad alzarsi, riprese il fiaschetto dell'acquavite e pensò: