— Se Brontu chiede chi ha bevuto l'acquavite, peggio per lui, gli dirò che l'hanno bevuta i sorci. Ah! Oh! Ah!

Rise di nuovo, bevette, tornò a coricarsi. Si riaddormentò e sognò di trovarsi presso una sua sorella, alla quale raccontava il sogno del cane, di Costantino, della catena.

Si svegliò che il sole era già sorto sul confine dell'altipiano, dietro una linea di vapori azzurrognoli. Il mattino era un po' freddo e velato; tutte le macchie, i cespugli, le stoppie, le erbe tenere e chiare scintillavano di rugiada ai raggi obliqui del sole; e di nuovo gli uccelli frusciavano fra i cespugli, cantando, slanciandosi a gruppi, volteggiando elegantemente per l'aria vaporosa. Talvolta il loro canto susurrante e compatto diveniva così intenso che sembrava uno scroscio cristallino di pioggia metallica. Qualche fischio acuto, qualche strido rauco di corvo risuonava sullo sfondo di quel coro tremulo e metallico come un velo d'argento; poi tutto svaniva nell'intenso silenzio del piano.

Giacobbe uscì, stiracchiandosi e sbadigliando. Sbadigliava talmente che le sue mascelle scricchiolavano; tutto il suo viso nudo si raggrinziva intorno al circolo della bocca spalancata, e gli occhietti obliqui, gialli al sole, lagrimavano come quelli d'un cane.

— Ebbene, — pensò, stringendosi le mani allo stomaco, — mi sento dei crampi qui: che ho fatto iersera?

Andò e aprì le mandrie: l'ariete dalle corna ritorte uscì, fiutando il suolo, e un gruppo giallognolo di pecore lo seguì, incalzandosi e fiutando il suolo. Altri gruppi seguirono; le mandre si vuotarono, ma Giacobbe restò immobile, aspettando pensieroso, vicino alla siepe.

— Sì, ier sera non ho mangiato. Ho bevuto l'acquavite del padrone ed ho sognato. Ah, sì! sì! Costantino, il cane, mia sorella Annarosa. Ebbene, che egli sia dannato, perchè non torna, il piccolo rospo? — pensò scuotendosi. — Mi sono ubriacato come una bestia. L'uomo ubriaco, — pensò poi, ritornando presso la capanna, — è come una bestia; non si accorge più di nulla, dice a voce alta i suoi pensieri. Ciò è dannoso, Giacobbe Dejas, cocuzzolo spelato, mettitelo bene in mente. Ah no, no, non berrò mai più, che il Signore mi castighi.

Poco dopo ritornò il padrone: Giacobbe lo guardò fisso e sorrise. — Ah, — disse andandogli premurosamente incontro. — Tu hai una ciera da uomo bastonato. Cosa ti è accaduto, uccellino di primavera?

— Niente. Levati di lì.

Ma l'altro non l'intendeva così; e cominciò ad aggirarsi intorno a Brontu, carezzevole e saltellante come un cane, chiedendo, insistendo per sapere. E il giovane si sfogò, tanto più che ne aveva gran bisogno. Ebbene, sì, Giovanna lo aveva scacciato come si scaccia un pezzente molesto; gli aveva chiesto se non sapeva che ella aveva un figlio il quale un giorno poteva sputarle in volto dicendole: «Perchè hai due mariti?»