Quando vide il re di picche lo attirò presso il muro caldo, in un angolo d'ombra, ma non seppe dirgli nulla di ciò che soffriva. A che pro?
Gli raccontò invece la storia del nuovo condannato; l'altro alzò le spalle, poi si voltò, sputò sul muro e disse:
— Se vuole può scrivere anche lui, ma raccomando prudenza. C'è qualcuno che fiuta l'aria.
— Come faremo, — chiese poi Costantino, pensieroso, — come faremo quando lei non sarà più qui?
— Tu vorresti che io restassi sempre qui, cialtrone? — disse l'altro scherzando.
— Dio me ne liberi! No. Io anzi le auguro di andar via presto, domani...
Il re di picche sospirò. — Ahimè! i suoi nemici — egli diceva, — scovavano sempre nuove arti diaboliche per tenerlo dentro. Non sperava più nella grazia, ma ad ogni modo il tempo della liberazione s'avvicinava. Allora, — proseguiva, — egli sarebbe andato dal re, gli avrebbe raccontato come stavano le cose. Il re ordinerebbe subito la revisione del processo e al re di picche, riconosciuto innocente, verrebbe subito ridonato il posto. Chissà, forse anche una medaglia, da tener compagnia alle altre.
Inoltre egli prometteva a tutti, e specialmente a Costantino, di farli graziare appena ritornato in libertà.
— E va bene! — concludeva, approvandosi da sè. A furia di far promesse finiva col credere di doverle mantenere.
— Domani! Magari fosse! Sarebbe un bene per tutti.