— Cosa ne sa lei?
— Ma io glielo scrivo sempre, glielo scriverò sempre.
Il re di picche ebbe voglia di ridere, ma s'arrabbiò contro sè stesso per questa sua voglia, e rimase pensoso; poi disse, come rispondendo ad una sua intima domanda:
— È una sciocchezza.
— Sì! — rispose pronto Costantino. Ma intanto pensava a Brontu Dejas, alla sua casa col portico, alle sue tancas e alle sue greggie, alla miseria di Giovanna; ed ahimè, entrambe le parti del suo cuore, ora, sentivano il dolore della ferita.
La notte stessa egli scrisse a Giovanna, confortandola, ripetendole che egli sperava sempre nella misericordia divina. «Forse Dio — scriveva egli, col suo buon senso, — ha voluto provarci ancora, togliendoci il frutto che noi avevamo concepito nel peccato. Sia fatta la sua volontà. Ma ora un presentimento mi dice che si avvicina l'ora della mia liberazione».
Poi meditò lungamente, chiedendosi se doveva scrivere di quella cosa orribile accennata dall'ex-maresciallo. Ma no. Egli si credeva abbastanza furbo per non accennarla neppure; Giovanna doveva ritenere che egli ignorasse persino l'esistenza di quella legge infernale.
Dopo averle scritto fu più tranquillo; ma un piccolo tarlo inesorabile cominciò a rodere e stridere nel suo cervello, e dopo quel giorno il re di picche con pietà crudele non cessò di instillargli nel sangue il terribile veleno.
— Bisogna che si abitui, — pensava l'ex-maresciallo, — altrimenti quest'anima semplice muore di crepacuore.
Qualche volta pensava che forse era meglio lasciarlo morire, poi ricordava d'avergli promesso la grazia, e sembrandogli di poter arrivare ad ottenergliela, tornava a tormentarlo per impedirgli di morire allorquando Giovanna avrebbe chiesto il divorzio. Era certo che ella pensava già a ciò, e si stizziva quando Costantino parlava amorosamente di lei.