— Caro, carissimo, — gli disse sbuffando, un giorno d'ottobre. — Tu non conosci le donne. Anfore vuote, ecco, null'altro che anfore. Una volta io sono stato fidanzato. Ti pare impossibile? Sì, pare impossibile anche a me, guarda! E poi? Ecco tutto, ella mi tradiva già, ancora prima di sposarla. Ecco tutto. Tu mi fai stizzire, del resto: ora tua moglie trovasi in un caso diverso, è povera, è giovine, ha del sangue nelle vene. Ha sì o no del sangue nelle vene? Se questo Dejas la vuol sposare, ella è un'oca a non prenderselo.

— Chi, Dejas? Chi le ha detto?... — domandò Costantino maravigliato.

— Oh, non me lo hai detto tu?

A Costantino pareva di non averne parlato mai. Ma aveva le idee tanto confuse, da qualche tempo in qua! Oh Dio buono, o San Costantino bello! Come aveva fatto a parlare di colui?

— Ebbene sì, — proruppe, — ho paura. Egli le ha fatto la corte, la voleva in isposa. Ah, è un ubbriacone, scipito come il fango. No, essa non farà mai quella cosa orribile. Parliamo d'altro, per carità.

E parlarono d'altro, sempre in dialetto sardo per non farsi capire dagli altri condannati; parlarono dello studente tisico che andava sempre più avvicinandosi alle porte dell'altro mondo, di Arnolfo Bellini che piangeva stupidamente ogni volta che vedeva lo studente, del Delegato che passeggiava intorno alla fontana, della gazza che dimagriva e perdeva le piume per vecchiaia.

Pettegolezzi, odii, rancori, amori, vigliaccherie, scherzi, stringevano, univano, spingevano i condannati, fra loro, coi guardiani, coi superiori. Costantino rimaneva insensibile a tutto. Egli, lo studente e il Delegato, parevano vivere in disparte da tutti gli altri, avvicinandosi soltanto all'ex-maresciallo, che era il pernio di quasi tutti gli avvenimenti segreti del penitenziario, e che rimaneva superiore a tutti, indispensabile a tutti.

Molti invidiavano la famigliarità che egli concedeva a Costantino, e pregavano costui d'interporsi presso il re di picche per certi favori. Il condannato alzava le spalle. Alcuni gli offersero denaro, ed egli fu tentato di prenderlo, vinto dalla smania angosciosa di sovvenir Giovanna il più che potesse: non pensava ad altro.

Il re di picche, con le sue continue insinuazioni, pungenti come spilli, gli diventava sempre più odioso: un giorno litigarono sul serio, e per qualche tempo non si scambiarono il saluto. Ma Costantino si sentiva soffocare; gli pareva di essere in cella, diviso per sempre dal mondo esteriore: e fu il primo ad umiliarsi, chiedendo pace.

L'autunno s'inoltrava; l'aria s'era rinfrescata, il cielo sembrava di velluto azzurro, tenero, lontano, dolce come un sogno. Qualche giorno il vento recava un profumo di frutta mature.