Cercò di confortare il condannato, poi gli chiese se e cosa Giovanna gli scriveva. Ahimè, essa ora scriveva raramente, poche righe. Dopo la morte del bimbo pareva non avesse più nulla da dire. Ultimamente aveva scritto che al paese faceva gran freddo: la neve era caduta due volte e l'ultima volta un uomo era morto assiderato attraversando le montagne. Inoltre, aggiungeva Giovanna, una grande carestia opprimeva il paese.
Tutto ciò dava a Costantino un'angoscia insopportabile. Spesso sognava d'esser condotto a Nuoro e liberato: di là s'avviava a piedi al suo paese; egli aveva freddo, non poteva andar oltre, moriva, moriva... E si svegliava gelato, col cuore oppresso da un'angoscia suprema.
Il confessore gli disse:
— Voi siete tanto debole, caro fratello; è la debolezza che vi fa venire questi brutti pensieri. Vostra moglie è una buona cristiana; non vi farà mai alcun torto, via, levatevi di mente le brutte idee. Avete bisogno di rafforzarvi; mangiate, bevete qualche cosa. Guadagnate?
— Un poco; ma mando tutto a mia moglie: è così povera. Oh, io mangio abbastanza. No, non sono debole. Bere, poi, non mi piace; mi nausea.
— Ebbene, state tranquillo; parlerò io col Burrai... Vi lascierà tranquillo.
Egli infatti parlò col re di picche e lo rimproverò per le idee melanconiche che metteva in capo al Ledda.
— È un povero ragazzo, è anemico; lasciatelo in pace o si ammalerà.
Il re di picche lo guardò tranquillo, coi piccoli occhi porcini socchiusi furbescamente; poi sbuffò; infine scosse il capo e disse:
— Lo faccio per il suo bene.