Io la vorrei deserta
E i suoi palagi infranti
.........
Pria che vederla trepida
Sotto il baston del Vandalo!

Spesso ancora si mostrava preoccupato il Serafini dell'esito incerto circa alle pratiche iniziate da Angiolo Guelfi per l'evasione dalla parte del mare, tantochè il Generale, colla sua solita serenità, gli diceva: «Non vi date pensiero di me, dirigetemi al mare, e là un solo trave basta per noi due.» E siccome un uomo tale non conosceva cosa fosse millanteria, bisogna ben dire che il coraggio in lui non aveva confini.

Una volta il Serafini, che cercava in ogni modo di render meno sgradita ai suoi ospiti la loro reclusione, volle dare ad essi lo spettacolo gradito di una cacciata quasi sotto i loro occhi, e avvisatone il Generale che assisteva dalla terrazza, presi seco cani e fucile, da eccellente cacciatore qual'era, uccise in poco tempo una lepre e due pernici, che presentò subito al suo ospite amato quanto rispettato, e questi, sensibile alla nuova manifestazione di riguardo, qualificò con effusione come una grata sorpresa, il pensiero del Serafini. E qui cade in acconcio raccontare un aneddoto, che mostra la serenità d'animo del Generale nelle circostanze più difficili della sua vita avventurosa, e insieme la perenne memoria che conservava poi beneficî ricevuti. — Era la sera del 2 Ottobre 1860, e per tutto quel giorno memorando aveva Garibaldi perigliato sul campo di battaglia di Santa Maria di Capua; più volte si era veduto sfuggire la vittoria, e più volte aveva saputo riafferrarla co' suoi lampi di genio, coll'entusiasmo che faceva risorgere la sua presenza fra i volontari. Affaticato dai disagi della giornata, e dall'incertezza di quella pugna che per lui valeva più di un regno — valeva l'unità della patria — si era gettato su di un letticciuolo, e stava fumando modestamente il solito suo mezzo sigaro, quando chiese di vederlo Cammillo Serafini. Non si erano più incontrati dal 1849, e fu subito fatto passare nella camera per ordine del Generale. Eravi Bixio assiso su di una seggiola al capo del letto ove Garibaldi si era gettato. Quali cortesi accoglienze si avesse il Serafini dal Dittatore, è inutile il dire. Basti il sapere che rivoltosi a Bixio gli raccontò questo periodo del suo trafugamento, e rammentò le gentilezze avute dal Serafini, e con compiacenza narrò al suo compagno d'armi la grata sorpresa di una cacciata fatta sotto i suoi occhi dal cortese suo ospite. Così era quest'uomo straordinario, e in mezzo ai gloriosi fatti svolti poche ore fa, il suo animo aveva sempre un ricordo gentile per quanto aveva ricevuto nei giorni di sventura.

E per provare che la serenità dell'animo non lo abbandonasse anche nei momenti più difficili, basti il dire che in casa Serafini trovava tanta quiete da permettergli di accingersi alla narrazione dei fatti gloriosamente compiuti a difesa della Repubblica Romana. La sera del 1º Settembre aveva cominciato il suo scritto così:

«Fatti di Roma»

«Giunto da Rieti negli ultimi d'aprile a Roma, colla 1ª Legione Italiana — io fui destinato a guarnire le mura, da Porta S. Pancrazio a Porta Portese — il 30 dello stesso mese essendoci notizie che i francesi si avanzavano per attaccarci — io mandai un distaccamento....»

Era lo scritto a questo punto quando si sentì un colpo alla porta, e la voce maschia e ben conosciuta di Angiolo Guelfi, che pronunziava la parola Venezia. Noi la sentiremo ripetere questa parola, e passerà per la bocca di tutti i patriotti, che di qui in avanti fino a Cala Martina prenderanno parte alla impresa onoranda. La scelse il Generale, e la portò Angiolo Guelfi come parola di riconoscimento e di consegna a tutti coloro per le cui mani dovevano passare gli esuli illustri. Era un tributo di amore alla infelice città, che fino allora assalita dalla peste, dalla fame, e dalle armi straniere, aveva saputo ultima mantenere alto il vessillo nazionale, e lo aveva ora ripiegato con onore.

Così restò troncata questa pagina di storia che scriveva l'autore stesso dei fatti gloriosi; il manoscritto fu conservato dall'egregio patriotta Cammillo Serafini, e insieme ad altri documenti riguardanti questo periodo della vita di Garibaldi, fu da lui tenuto nascosto sotterra per i dieci anni nei quali rimase in piedi la dominazione lorenese[11].

Spieghiamo ora la venuta di Angiolo Guelfi a dare in persona l'avviso della partenza.