Stava esso, come abbiamo detto, al Morbo, in apparenza come bagnante, in fatto per riprendere all'occorrenza le pratiche del trafugamento per la via del Tirreno, se per una qualche disgrazia non si fosse potuto effettuare il piano ideato. Si era imposto di non accostare il Generale che in caso di assoluta necessità, ma la sera del 1º settembre aveva ricevuto un espresso dei fratelli Lapini diretto a Girolamo Martini, col quale si diceva che tutto era pronto, e che nella notte stessa sarebbero impostati lungo la via i mezzi di trasporto, e non aveva potuto reggere al desiderio ardentissimo di rivedere per l'ultima volta i due profughi, e portare loro da sè stesso la lieta novella. Ma non aveva dimenticato di dire ad arte che, richiamato a Pisa da urgenti affari, andava la sera a San Dalmazio, per farvisi condurre dai cavalli dell'amico Serafini. E così fece di fatti, che il giorno successivo, mentre Garibaldi imbarcava felicemente a Cala Martina, il Guelfi si faceva vedere in Pisa[12].
Con quanta gioia fosse ricevuta dal Serafini e dagli esuli la lieta novella si può immaginare. Angiolo Guelfi, che aveva così bene condotta la cosa, fu fatto segno per parte di Garibaldi e di Leggero alle più entusiastiche dimostrazioni di amicizia e di ringraziamento. Nei pochi momenti che precederono la partenza volle il Generale restare a solo col Guelfi nella sua camera. Lo ringraziò con effusione di quanto aveva da lui ricevuto, lo abbracciò e baciò caramente, lo chiamò suo amico, poi volendogli dare un attestato della sua riconoscenza si levò da tergo un pugnale americano, che lo aveva sempre accompagnato nelle guerre al di là dell'Atlantico, e nella difesa di Roma, e porgendolo al Guelfi gli disse: Non ho altro oggetto a me caro da potervi dare per mio ricordo. — Prendete, capitano, questo stile che mi rammenta tante cose, ed io mi auguro che in tempi per la patria migliori mi possa essere riportato dal vostro figlio, al quale mostrerò di essere sempre memore dell'aiuto ricevuto da voi, e dai valorosi maremmani. —
E il pugnale non è stato mai più presentato al Generale, perchè Angiolo Guelfi non era uomo da mettersi in mostra. — Aveva compiuto un dovere, nè voleva di più. — Però Garibaldi trovò il modo di dimostrare la sua gratitudine. — Nel 1859 venne a prendere a Modena il comando delle truppe toscane. In esse era volontario Guelfo, l'unico figlio di Angiolo Guelfi, che secondo le istruzioni del padre non si presentava al Generale. — Lo seppe però questi una sera per circostanza fortuita, e ordinò che si andasse tosto a chiamare il figlio del suo amico, come esso diceva. — Non fu possibile trovarlo la sera, per cui fu avvisato di portarsi la mattina successiva al Quartier Generale. — Vi andò, e modestamente si atteggiò, quando entrato nell'anticamera la trovò piena di ufficiali superiori toscani ivi riuniti per il rapporto giornaliero. — Salutò militarmente i suoi superiori, poi, non sapendo che fare di meglio, si ritirò nel vano di una finestra. E quivi stava, guardato con occhio sprezzante da tutti quegli ufficiali gallonati, che avevano servito la casa di Lorena, ed ora servivano il popolo toscano. — Passò un sotto-tenente di Stato Maggiore, volontario anch'esso e amico del Guelfi figlio, e a questi si diresse il giovane maremmano per pregarlo di dire al Generale che esso era là ad aspettare i suoi ordini. — Entrò il sotto-tenente nella stanza dove Garibaldi riceveva ad uno ad uno gli ufficiali superiori, e subito dopo se ne aperse la porta, e ne uscì un colonnello, l'ufficiale di Stato Maggiore con cui aveva parlato il Guelfi, e lo stesso Generale. — E giacchè siamo entrati in così minute particolarità, vogliamo dire qualcosa del vestiario di questo uomo, nella cui anticamera stavano ufficiali così superbi pei loro colletti dorati, pei loro bottoni lucenti. — Aveva i calzoni da generale piemontese con striscia dorata, il berretto ugualmente da generale, una giacca cittadina di lana sottile, e non altro. — Licenziò il colonnello, poi precedendo sempre di qualche passo il suo ufficiale, si avanzò sorridente traversando l'ampia sala, e non curando i saluti compassati dei presenti, diceva: «Dov'è, dov'è?» — E sull'indicazione dell'ufficiale che lo seguiva, si diresse fino al vano della finestra ove si era ritirato il giovane Guelfi, lontano le mille miglia dal pensare che tutto questo movimento si facesse per lui, cosicchè si trovò preso per la mano dal Generale che lo guardava con fare paterno, e lo condusse nella sua stanza, ove chiusa da sè stesso la porta, lo fece assidere al suo fianco, e rimproverandolo dolcemente del perchè non era venuto a vedere un vecchio amico di suo padre, gli disse più volte: «Io gli devo la vita al tuo babbo, e mi rammenterò sempre di quanto ha fatto per me.» E con mille modi familiari lo licenziò dopo avergli domandato notizie del padre e contezze dell'essere suo, e dopo avergli detto sorridendo: «Voi giovani avete spesso bisogno di denaro; rammentati che hai qua un amico.» — Traversò il giovane l'anticamera estatico delle maniere affascinanti, del fare semplice e modesto dell'Eroe, e questa volta non vide neppure le inappuntabili uniformi, che ingombravano ancora la sala, e solamente scendendo le scale col cuore gonfio dall'emozione provata, pensava a quel Generale che riceveva i suoi ufficiali in tenuta così lontana da quella d'ordinanza, e che interrompeva senza riguardi un rapporto per andare a prendere per la mano un semplice volontario, l'unico merito del quale consisteva nell'essere figlio di chi gli aveva salvata la vita, quando il governo di quei signori gallonati lo aveva cercato a morte. — Triste e singolare mutabilità delle cose umane!
Angiolo Guelfi poi non rivide il Generale che nel 1862 a Pisa, ed anche perchè da lui stesso ricercato per mezzo di Girolamo Martini. — Ebbe le stesse difficoltà del Sequi per essere introdotto, che cessarono però quando al figlio Menotti disse con voce grave «non allignare in uomo dei suoi anni curiosità puerile, bensì essere ivi per obbedire ad un ordine del Generale;» ebbe anch'esso liete accoglienze e dimostrazioni infinite di gratitudine, e fu dallo stesso Garibaldi presentato come suo liberatore al figlio Menotti, che lo abbracciò con trasporto quando si sentì dire: «Vedi, a questo amico tu devi la vita di tuo padre.» E certamente deve avere narrato lo stesso ad un signore inglese ivi presente, poichè questi, dopo avere ascoltato attentamente Garibaldi che parlava nella di lui lingua nativa, corse a stringere e squassare ad Angiolo Guelfi la mano con vivacità mista alla consueta compassatezza britannica, parlandogli con calore in inglese, lingua che il Guelfi non conosceva, e a cui rispondeva con monosillabi tronchi, e colla sua solita grave indipendenza di fare; contrasto singolare di cui rise lo stesso Generale, che nell'accomiatarsi dal Guelfi gli strinse la mano, e gli consegnò un suo ritratto fotografico, sotto al quale aveva scritto di sua mano queste parole: «Al mio carissimo amico Guelfi Angiolo. Ricordo di gratitudine. G. Garibaldi.» Ma di ciò basti e riprendiamo il filo della storia interrotto[13].
Cammillo Serafini poneva mano ai preparativi per la partenza, e ordinava subito che fossero sellati tre dei suoi cavalli, e per un lungo giro al di sopra del paese fossero impostati a meno di mezzo chilometro da San Dalmazio, in luogo detto «La Croce della Pieve» sull'incontro delle due vie a sterro che conducevano da Rocca Silana a Castelnuovo, e da San Dalmazio a Montecastelli. Disse ai suoi uomini che aspettava alcuni amici cacciatori provenienti dalla parte di Rocca Silana, che prendessero detta via coi cavalli bardati, e se non li incontrassero, andassero a legare i cavalli al luogo indicato, e venissero ad avvertirlo. I suoi uomini, assuefatti ad obbedire spesso a simili ordini, essendo il padrone tanto ospitale e cortese, adempiuto a quanto era stato loro comandato, poichè non incontrarono per via i pretesi cacciatori, tornarono a San Dalmazio ad annunziare al Serafini che i tre cavalli erano stati impostati alla Croce della Pieve. Tuttociò aveva fatto il Serafini per simulare un arrivo, e sviare così le menti dalla partenza imminente dei profughi. Ai suoi subalterni poi mostrò sorpresa che non avessero incontrato alcuno, e disse che i cacciatori da lui aspettati forse avevano sbagliata strada, e voleva da sè stesso andare ad incontrarli; si occupassero essi intanto di alcune faccende in casa. Ciò fatto corse dagli ospiti suoi, e dette il segnale della partenza. — E qui giova notare a vero onore del Serafini, come sia cosa più facile ad immaginarsi che ad eseguirsi il tenere nascoste due persone a chicchessia per quattro giorni e quattro notti in un paesello di campagna. Eppure, tante e tanto grandi furono le cautele prese dal bravo Serafini, che nessuno in San Dalmazio sospettò della presenza di due esuli in casa sua, in quei tempi nei quali l'occhio vigile della polizia, reso più acuto ancora dal vigliacco sussidio del partito reazionario, scrutava per tutto, e dappertutto vedeva nemici.
Erano poco più delle 9 di sera, e Garibaldi, Leggero, Guelfi e Serafini scesero la breve scala che conduce per mezzo delle stanze terrene alla porta segreta che si apre nella vallata deserta. Quivi Angiolo Guelfi si separò dai cari esuli con addio breve, ma pieno di dimostrazioni d'affetto dall'una e dall'altra parte; ciò fatto, richiuso l'uscio esterno, tornava nel piano superiore della casa Serafini, studiando di mostrarsi tranquillo, mentre col pensiero angosciato precorreva i pericoli cui quella notte decisiva andavano incontro gli illustri proscritti. — Uscirono i tre silenziosi, e armati di tutto punto, nella vallata. — Precedeva il Serafini, seguiva Garibaldi, veniva ultimo il Leggero, e percorrendo lungo le mura del castelletto per sentiero dirupato, sboccarono sulla via che era in que' tempi sterrata, o come suol dirsi, a bastina, e volgendo a sinistra si avviarono alla Croce della Pieve. — Pochi passi avanti di giungervi, il Serafini col suo solito zelo, pregò i compagni di ritirarsi per un poco nel bosco che ivi fiancheggia la via, ed esso volle andare a speculare il luogo, e vedere da sè stesso se i cavalli erano al posto da lui designato. — Trovò tutto nell'ordine voluto, li sciolse, ne aggiustò le redini, e li pose tutti tre in fila, ove stettero, essendo in tal guisa ammaestrati. Chiamò allora i profughi, e posti in sella prima Garibaldi, poi Leggero, salì esso sul terzo, e a trotto serrato e uniforme presero la strada di Castelnuovo, essendo già stabilito che al di là di questo paese avrebbero trovato un baroccino impostatovi da Girolamo Martini. — Di che grado si fossero buoni cavalieri quei tre si giudichi nel pensare come i due esuli fossero usi a cavalcare i poledri delle libere pianure di America, e come il Serafini fosse, e sia tuttora conosciuto per addestrare cavalli, e correre con essi a precipizio per le vie malagevoli dei suoi paesi. — Andavano l'uno accanto all'altro, quasi toccandosi il ginocchio quando lo permetteva la larghezza della via, e quando questa si ristringeva, andava innanzi il Serafini, poi il Garibaldi, ultimo il capitano Leggero. — Così procederono fin presso Castelnuovo, ove, incontrata via più facile, fu il trotto dei cavalli anche più spedito. — Questa corsa precipitosa era un vero sollievo pel Generale, che veniva così richiamato alle sue abitudini predilette. — Traversarono Castelnuovo, chè non si poteva fare altrimenti, serrati l'uno all'altro, e di trotto così accelerato e uniforme, che pareva sentire lo scalpitare di un solo cavallo. Chi avesse visto quei tre correre così armati a quell'ora, chi sa cosa avrebbe pensato; ma nessuno li vide, e passarono il paese senza incontro per raggiungere il punto stabilito che era presso al Molino di Bruciano, luogo sicuro perchè distante dall'abitato. — Quivi era già ad aspettarli Girolamo Martini, che era partito solo in calesse dal Bagno alle ore 9 con due fucili a due canne, dicendo di andare in Maremma alla caccia delle quaglie. — Scesero di sella i tre cavalieri, e Garibaldi, vedendo il Martini in persona, e giudicando per lui, piuttosto avanzato in età, troppo grave il disagio di quel viaggio notturno, gli disse in tuono di dolce rimprovero: «Come, voi stesso, signor Martini, volete accompagnarci?» — «Io stesso» — rispose il buon Ministro, che non voleva affidare a mani mercenarie il prezioso incarico.
Quivi il Serafini, ritirando i fucili da caccia come armi troppo appariscenti, volle fare accettare al Generale un suo stile dalla lama triangolare, poi il Garibaldi e il Leggero si accomiatarono da lui esternandogli i loro più vivi ringraziamenti per l'ospitalità cordiale, e per la sua valida cooperazione al loro salvamento. Si scambiarono augurî per sè e per la patria, e si divisero abbracciandosi e baciandosi. — Quanto il Generale tenesse in conto l'operato di Cammillo Serafini, e qual memoria ne abbia sempre conservato, lo mostrano l'accoglienza fattagli la sera del 2 Ottobre 1860, al quartiere generale di Caserta, subito dopo la vittoria di quel giorno, cosa della quale abbiamo già parlato, e lo mostrano altresì le molte lettere direttegli in tempi diversi, ma specialmente la seguente che qui riproduciamo, colla quale, sotto colore di fare domanda relativa ad un caso d'idrofobia, fa sapere al Serafini e agli amici di essere arrivato in salvo, e di conservare memoria degli aiuti che ebbe in Toscana. Ecco la lettera scritta poco dopo i fatti narrati:
Maddalena, 20 Ottobre 1849.