III
Dal Bagno a Morbo a San Dalmazio

l Morbo è stazione balnearia alla quale concorrono in tempo d'estate i malfermi in salute dei vicini paesi, e della Maremma massetana. Fu quindi cosa al di fuori delle consuetudini ordinarie della casa il presentarsi di due stranieri alle 11 di sera. Zizzo si era fermato colla sua vettura al principio della piccola salita che vi è dalla parte del giardino, ed i viaggiatori avevano battuto alla porta che fu aperta dallo stesso ministro del Bagno. «Parlo al signor Martini?» chiese il Generale; e sulla risposta affermativa si trasse di tasca una lettera, e gliela consegnò. Introdotti i due stranieri nel salotto terreno, e pregati di sedersi, chiedeva Girolamo Martini il permesso, com'è d'uso, di leggere la lettera ricevuta, e ne aveva scorsi i primi versi, quando uno dei due, alzatosi in piedi di un tratto, e con tuono sicuro e confidente di chi parlasse ad un vecchio amico, lo interruppe dicendo: «Signor Martini, in due parole vi dirò il contenuto della lettera; sappiate che io sono il Generale Garibaldi, e questo mio compagno il Capitano Leggero.» Attonito guardò il Martini i suoi due ospiti, gli passarono per la mente le gesta gloriose del Generale, la fortuna avversa presente, il bisogno di soccorso immediato, e tutte queste cose ed altre assai si tradussero nella risposta che gli usciva dal cuore: «Coraggio, Generale, tutto si rimedia.» E pronto davvero al rimedio, col senso pratico che gli era abituale, pensò anzitutto di coonestare la venuta dei due stranieri ad ora così insolita al Morbo, e di fare insieme sparire le traccie loro presso al vetturino che li aveva condotti. Saputo dal Garibaldi come Zizzo fosse nella credenza di avere portati due mercanti di bestiame, si fece sulla porta di casa, e rivolgendosi a lui con voce alta lo rimproverò di avergli condotti i due mercanti coi quali non aveva nulla che fare, mentre essi erano diretti a comprare cavalli a Bruciano, e lo invitò a continuare senz'altro il viaggio, se voleva esser pagato colla pattuita mercede. Ma Zizzo, come era naturale, rispondeva: essersi impegnato col vetturino di Poggibonsi di portare i due passeggeri al Bagno, e questo avere fatto, quindi essere fuori dell'obbligo suo, e non volere andare a Bruciano in quell'ora per tutto l'oro del mondo; avere esso già impegno di portare oggetti alla fiera del Ponte di Ferro nel giorno successivo, ed essergli perciò necessario l'immediato ritorno a Pomarance. Ben si aspettava una tale risposta Girolamo Martini, quindi di rimando: «Sta bene, sta bene; vedo che colla tua brenna non saresti buono a condurceli, questi tuoi viaggiatori, cosicchè ce li farò condurre col mio legno appena si saranno un poco riposati.» Ciò detto scendeva il breve tratto di via che lo separava dal vetturino, e gli poneva in mano una moneta d'oro da venti lire a nome dei due mercanti. — Come restasse Zizzo a così lauta ricompensa si può immaginare. — Coll'ingordigia insaziabile del suo mestiere pensò che se i 10 chilometri dalla Burraia al Morbo gli avevano fruttato un marengo, la prosecuzione del viaggio a Bruciano ne avrebbe fruttato un altro almeno con persone così correnti allo spendere, e anche oggi dopo 35 anni rammenta con dispiacere il malaugurato rifiuto. — E noi che si considera ora le cose con piena calma si troverà invero la larghezza del Martini essere da risparmiarsi, come quella che, uscendo dalle consuetudini naturali, poteva generare sospetto circa ai due mercanti che pagavano con tal profusione; ma bisogna pensare altresì a quanto inopinatamente avveniva al Martini, allo stato dell'animo suo non atto in quel momento a ponderare con sangue freddo le cose più piccole, ed anzi loderemo la sagacia ammirevole del ripiego di Bruciano, col quale si giovava alla posizione degli esuli tanto rispetto al vetturino, quanto rispetto ai bagnanti.

Ma rimediato ad uno, ecco che si presenta un altro malanno. Era stato chiamato il cameriere della casa, che era già coricato, e gli era stato ordinato di servire i due nuovi venuti. Veduti esso i due profughi, che erano tuttora nel salotto terreno insieme col Martini, uscì subito dalla stanza, e chiamato quest'ultimo in luogo appartato, con modi di chi è trasognato dalla sorpresa, gli disse: «Ma, signor ministro, sa lei chi sono quei forestieri?» — E il Martini: «Chi sono dunque?» — «Uno dei due, quello dalla barba bionda, è Garibaldi.» — «Ma voi siete matto, replicò col suo sangue freddo il Martini, quei due sono mercanti di bestiame che vanno a fare acquisti di cavalli a Bruciano, e sono stati portati qui per errore.» — «E io, gli dico che sono due profughi, e uno di essi è Garibaldi; lo conosco bene, stia sicuro, l'ho servito a tavola a Nizza.» — Bisognò cessare dall'inutile negativa, e dire al cameriere che non si era ingannato, i due esser lì di passaggio per pochi momenti, ma guai a lui se avesse parlato, e il cameriere promise e mantenne.

Tutto questo avveniva in breve lasso di tempo. Ma la posizione dei profughi era precaria, e occorreva pensare a far qualcosa pel loro salvamento. Trovavasi per caso al Bagno un tale che godeva fama onesta, ed era creduto dal Martini assai liberale. A lui si rivolse il buon ministro confidandogli il nome degli ospiti illustri, e richiedendolo di consiglio. Era il creduto liberale onesto sì, ma pusillanime, e trasecolando nel sentire che in quella stessa casa si trovava Garibaldi, consigliò per il suo meglio il Martini a sbarazzarsi, e subito, di persone così pericolose, e questi a riparare la mal fatta confidenza, sempre d'animo pronto ai ripieghi gli replicava: «Già, già.... avevo io pure pensato così, e metterò subito in pratica il suo consiglio col farli accompagnare a Bruciano, appena si saranno riposati.» E chiamato il vetturino di casa, in presenza del timoroso signore gli ordinò di tenersi pronto per condurre a Bruciano i due viaggiatori; in segreto poi gli ingiungeva di partire al tocco dopo la mezzanotte, fermarsi al Campo Murato, località prossima a Bruciano, fino a giorno avanzato, tornare al Bagno facendo in modo di essere veduto, e dire a tutti di avere accompagnati i due mercanti di bestiame arrivati al Bagno nella sera antecedente. E così fece il vetturino che era fidatissimo, ma inconsapevole del perchè dal ministro gli fosse ordinata tale cosa, e il suo ritorno da solo tranquillizzò il pusillanime consigliatore, ingannò l'astuto cameriere, e fece persuasi i bagnanti che i mercanti di bestiame giunti ad ora tanto insolita, erano anche ripartiti con sollecitudine per la loro destinazione.

Frattanto il Martini aveva fatti passare i suoi ospiti nella parte più riposta della casa, e li aveva alloggiati al piano superiore nella camera sovrapposta alla sala di ricevimento. Nella notte non chiuse occhio, pensando e ripensando al dove trovare un asilo sicuro per essi, chè tale non era quello prescelto per necessità. E come uomo di cuore non si preoccupava soltanto del domani, ma anche e molto più di trovare una via per la quale far giungere i profughi in luogo di salvezza. Finalmente risolse di dirigersi a Michele Bicocchi, ricco proprietario della vicina fattoria di Sant'Ippolito, come a colui che poteva dare asilo, aiuto e consiglio. Si recò da lui la mattina prestissimo, e gli raccontò gli eventi della sera, gli disse il nome illustre che portava uno dei suoi ospiti, la necessità di ricovero più sicuro, il dovere che sentiva fortissimo di non abbandonare il proscritto.

Dètte il Bicocchi consiglio buono, profferta grande di aiuti, ma rifiuto circa all'asilo. Coonestò la repulsa col dire la fattoria di Sant'Ippolito spesso frequentata dagli agenti del governo restaurato — ma questo era quanto succedeva allora per tutte le case di campagna, e in ogni caso era sempre stanza più sicura per gli esuli che non fosse il Morbo in tempo di bagnatura. — La ragione vera si era che il Bicocchi, per pochezza d'animo non volle correre il rischio delle pene comminate per chi ricettasse Garibaldi. Ma qui si ferma il lato cattivo, che poi, sempre a patto di non avere in casa sua un così pericoloso proscritto, si diè di tutta lena ad aiutare il Martini, d'onde ne venne il consiglio buono, e la profferta d'aiuti. — Propose Cammillo Serafini di San Dalmazio, e Angiolo Guelfi di Scarlino, come quelli che avrebbero accettata di gran cuore l'impresa del salvamento, e sarebbero stati da tanto di portarla a termine con esito fortunato, e l'uno fornirebbe sicuro asilo in San Dalmazio, mentre l'altro provvederebbe una via di salvezza per la Maremma. — Consigliò spedire un espresso al Serafini, e si profferse di parlarne egli medesimo ad Angiolo Guelfi, che sapeva doversi trovare quel giorno stesso alla fiera del Ponte di Ferro. — Quanto ad aiuti non misurò la promessa, che anzi dichiarò essere la sua pecunia a disposizione dell'impresa, ed essere pronto a spendere qualunque somma purchè riuscisse a bene. — Offrì uomini e cavalli per trasporti ed espressi, e certamente avrebbe tutto mantenuto, ma non ve ne fu il bisogno. Insomma il Bicocchi tutto poneva a disposizione, eccetto la sua personale sicurezza, e in quei momenti di egoistica abiezione, non era poca cosa. E se si aggiunge il modo tepido anzichè no con cui aveva sempre proceduto il Bicocchi nei partiti politici, e la sua vita appartata, vi è piuttosto da lodare che da biasimare. Questo è certo che passato il panico della reazione, il Bicocchi si è doluto più volte con alcuno dei coadiuvatori di non aver presa parte più attiva nell'impresa onoranda.

Così stabilito il da farsi, mandò il Martini un espresso a San Dalmazio, e partì il Bicocchi per la fiera del Ponte di Ferro alla quale sapeva d'incontrare il Guelfi. Ma l'espresso del Martini trovò che il Serafini era già partito per la fiera, cosicchè il Bicocchi potè ivi parlare con ambedue.