[51], approfittando dell'entusiasmo religioso s'insignorì della Persia, il veneto senato non solo cercò, col mezzo dei suoi rappresentanti in levante, ogni particolare notizia sull'origine, le forze ed i progressi di lui, ma rottasi la pace colla Turchia nel 1494, introdusse pratiche di alleanza con esso e col principe di Caramania.

Un gentiluomo di Costantinopoli, abitante in Cipro e suddito veneto, Costantino Lascari, spedito a questo fine nella Persia, lesse in senato al suo ritorno in Venezia nel 1502, una preziosa relazione del sufì [Documenti [XIX] e [XX]], dalla quale la repubblica, se ricavò importanti notizie delle vittorie e progressi persiani, dovette però convincersi non essere possibile di ristorare allora l'antica lega con Ismaìl, laonde mancandole eziandio i soccorsi chiesti alla Francia ed al Portogallo, conchiuse la pace colla Turchia, che fu giurata il 14 dicembre 1502 dal sultano, e il 20 maggio 1503 dal doge.

Non ismettevasi tuttavolta in senato il pensiero, che fu poi la costante politica tradizionale della repubblica, di studiare le occasioni opportune, per frenare la prepotenza ottomana, e per rilevare in levante la supremazìa politica e commerciale dei Veneziani.

I dispacci dei baili a Costantinopoli riportati dal Sanudo, e quattro relazioni che in quei preziosi diarii sono pure conservate inedite, fanno di ciò piena testimonianza. La prima è una deposizione del nunzio Dell'Asta fatta alla signoria nel dicembre 1501, intorno al nuovo profeta Ismaìl[52]; la seconda una relazione 7 settembre 1502 del luogotenente di Cipro Nicolò Priuli, sui progressi del sufì e della sua setta[53]; la terza una deposizione fatta nell'ottobre 1503 intorno ai successi persiani, da un Moriati di Erzerum spedito appositivamente in Tauris dai rettori di Cipro[54]; la quarta finalmente è una lettera di Giovanni Morosini da Damasco del 5 marzo 1507[55], la quale narrando con ogni possibile esattezza le lotte del sufì contro Alidul e la Turchia, rappresentava al senato « quello essere il momento opportuno di cospirare d'accordo fra i principi cristiani e la Persia, nella santissima impresa di scacciare il Turco d'Europa ». La lettera del Morosini termina col seguente ritratto dello shàh Ismaìl.

« Il sophi è adorato et è nominato non re nè principe, ma sancto et propheta: è bellissimo giovane senza barba, studiosissimo et doctissimo in lettere, dicono aver con sè tre preti armeni, i quali per otto anni continui sien stati suoi precettori, et non lascivo al solito dei Persi, homo de grande justitia et senza alcuna avidità, et molto più liberal de Alexandro, anzi prodigo di tutto, perchè come gli vien el danaro subito lo distribuisce in modo che el par un Dio in terra; et come ai templi se fanno offerte si offeriscono a lui le facultà, et hanno de gratia che tanto si degni de acceptarle. La fede veramente che el tien no se intende; ma se pol conjetturare che el sia più presto cristiano che altro, persuadendo li popoli che Dio vivo che è in cielo li governa. Vive con amor religioso et si contenta di quanto ha minimo et privato homo. L'ha tamen qualche schiava et anchor non legittima mogliera; nol beve vino palese nè occulto, ma qualche volta el mangia certa herba che alquanto aliena, et allora commette qualche severità; et tamquam sanctus par de divination, perchè mai si consiglia con alcun; et per questo tutti crede che el sia ad ogni sua operation divinitas in ispirito. El tien una gatta sempre con lui, et guai a chi fasse alcuna offension a quella.... ».

Questo valoroso principe fondatore della dinastìa dei Sufiani, non mostrava minore desiderio del veneto senato, a stringere l'alleanza, e ad unire le proprie armi a quelle della repubblica.

Scriveva in fatti il console a Damasco Bartolomeo Contarini nel novembre dell'anno 1505[56]: essere a lui venuto un chasandar del Caramano con una lettera del sufì di Persia, scritta in lingua agemina[57], al soldan dei Veneziani, colla quale narrando le conseguite vittorie gli partecipava il suo grande amore e la sua speranza di presto incontrarsi con lui.

Questa lettera fu ricevuta a Venezia nel gennaio 1605 [[Documento XXI]] insieme ad alcune monete d'oro e d'argento del nuovo signore della Persia, le quali portavano le seguenti iscrizioni così ricordate dal Sanudo nei suoi diarii[58].

Da una parte: